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"Discendo da una famiglia di samurai ho
una predilezione per gli uomini veri, ma non ho
affatto il culto della forza. Siccome si è attratti dai contrari mi domando se questo fascino che
provo per i personaggi forti e maturi non dipenda dal fatto che mi sento debole e immaturo".
Akira Kurosawa è il Cinema. O meglio è il cinema come si vorrebbe sempre che fosse: spettacolare
e nello stesso tempo morale, epico ma profondamente umano, realistico ma anche onirico, in grado
di fondere sapientemente il gusto, la cultura e i simboli orientali con quelli occidentali in una visione
universale del cinema. Nasce a Tokyo nel 1910, trascorre l’infanzia e la giovinezza in un Giappone
pervaso da una devastante crisi sociale e politica, partecipa attivamente ai
cambiamenti in atto, schierandosi, da posizioni di sinistra, a favore dei ceti umili; una scelta e degli ideali che ritorneranno
costantemente nelle sue opere a partire dal suo film d’esordio del 1943, Sugata
Sanshiro, fino al
suo ultimo capolavoro del 1993, Madadayo. Fino ai primi anni ’50, gli alfieri della cinematografia
giapponese erano stati Ozu, Mizoguchi, Ichikawa, Kinoshita, Naruse, Gosho,
Toyoda, grandissimi
autori, conosciuti però solo da pochissimi frequentatori di festival, penalizzati, forse, anche dalle
difficoltà che il pubblico occidentale aveva nell’affrontare i capolavori di una cultura così diversa
dalla propria. Fu Kurosawa il primo ad imporre il cinema giapponese all’attenzione del pubblico di
tutto il mondo, a farne un nuovo modello spettacolare, in cui tradizione e novità, elementi della
cultura nipponica e motivi occidentali si fondevano in una superiore unità espressiva.
"Ozu beveva
solo sachè, io bevo whisky, birra, e anche sachè". Il suo interesse per la cultura occidentale, il suo
sforzo di unire culture così differenti, gli costò anche un certo "ostracismo" culturale ed economico in
patria, ma nello stesso tempo gli portò la stima e l’ammirazione dei grandi cineasti americani ed
europei, da Welles a Fellini, che oltre ad onorarlo lo sorressero economicamente nella produzione di
alcuni suoi capolavori. Nel 1951, giunto al suo dodicesimo lungometraggio, Kurosawa inizia la sua
ascesa artistica, vincendo il Leone D’Oro a Venezia e l’Oscar come Miglior Film Straniero con
Rashomon. Fu una rivelazione.
Una storia pirandelliana sulle difficoltà del disvelamento della verità assoluta, tutta giocata su un
doppio registro narrativo: da una parte una misteriosa atmosfera
magico-onirica, dall’altra un
realismo corroborato da una forte umanità e da un grande senso dell’ironia. In patria il film venne
snobbato e per puro caso arrivo in Europa poiché i produttori erano certi della
"inesportabilità" oltre confine di un film considerato "troppo giapponese". Grazie al successo internazionale Kurosawa
riuscì a superare lo sconforto causato dal massacro della sua opera successiva: L’idiota (1952) ; i
produttori distrussero ben cento metri di negativo per cercare di rendere più "fruibile" dal pubblico
nipponico la trasposizione giapponese del romanzo di Dostoevskj. Arriva così Vivere (1952) , il
capolavoro o per lo meno una delle vette di riferimento dalle quali partire per analizzare l’opera
artistica di Kurosawa nel suo complesso. Ispirato (forse) ad Umberto D. di De Sica è la storia di un
grigio burocrate, il quale, dopo aver scoperto di essere affetto da un male incurabile, decide di
realizzare per la prima volta in vita sua qualcosa di utile per la comunità: farà risorgere un capo giochi
che anni prima lui stesso aveva insabbiato per adempiere ai propri obblighi di funzionario. Una
riflessione intensa ed emozionante sulla vita, la morte, l’inerzia e la creatività dell’essere umano, in cui
il realismo del racconto si fonde con una sensibilità morale ed umana straordinaria, rafforzata da una
intensa interpretazione di Takashi Shimura nei panni del protagonista. "Ho fatto dei film realisti ma
non penso di essere un vero realista. Ho un carattere troppo emotivo". Nel 1954 Kurosawa affronta
la storia leggendaria del "MedioEvo" giapponese con un racconto epico-avventuroso dotato di un
nucleo di passioni così universali da essere stato persino riletto in chiave western dall’industria
hollywoodiana. I sette samurai alle prese con una missione disperata (la difesa di poveri contadini
nei confronti di una banda di briganti) rappresentano all’unisono gli sforzi dell’uomo per vincere gli
ostacoli insormontabili e nello stesso tempo rappresentano separatamente i livelli del potenziale umano (astuzia, saggezza, |
forza
etc.) attraverso i quali raggiungere i grandi obiettivi. Per circa un
ventennio la produzione di Kurosawa proseguì a corrente alternata: a seguito di buoni film, ma non
certo dei capolavori, come Il trono di sangue (1957) , La fortezza nascosta (1958) La sfida del
samurai (1960) ("fotocopiato" nel 1964 da Sergio Leone, che allora si faceva chiamare Bob
Robertson, nel mitico Per un pugno di dollari) ci furono anche dei flop, non tanto artistici quanto
piuttosto commerciali, che portarono nel 1971 il "maestro" giapponese in una spirale depressiva tale
da indurlo addirittura a tentare il suicidio. La "resurrezione" di Kurosawa passa attraverso la storia
commovente di un piccolo grande uomo Dersu Uzala (1975) , uno dei più bei film sull’amicizia mai
girati nella storia del cinema. Il ritratto di un umile, che lotta giorno dopo giorno contro le avversità,
non si rassegna e riesce a vincere le difficoltà quotidiane; una grande lezione di stile, ma anche una
grande lezione morale. L’umanità e l’etica furono alla base dei ritratti che Kurosawa tratteggiò nei
film successivi, che riprendono in parte i motivi di certe opere precedenti e li approfondiscono alla
luce di una raggiunta maturità artistica. Basti pensare ai suoi due film successivi Kagemusha (1980)
e Ran (1985) , che costituiscono un dittico straordinario sull’apocalisse dei clan feudali di un
Cinquecento giapponese crudele ed affascinante. Vincitore della Palma d’Oro a Cannes,
Kagemusha racconta la parabola di un brigante, che, grazie alla sua straordinaria somiglianza con
un principe guerriero ucciso in battaglia, sale al potere e si immedesima a tal punto nel ruolo da
giungere a sacrificare la propria vita per salvare le "sue" truppe. Visivamente molto potente,
rappresenta l’apice scenografico-figurativo del cinema di Kurosawa. "Ho un culto spiccato per la
bellezza. Penso che un bel film deve avere questa qualità misteriosa che è la bellezza
cinematografica, un misto di perfezione e di emozione profonda che spinge la gente ad andare al
cinema e la tiene inchiodata alla sedia". Ran, il primo film in cui Kurosawa riuscì ad avere un pieno
controllo artistico ed economico, coniuga l’ispirazione del Re Lear di Shakespeare con gli stilemi
della cultura giapponese e della tradizione del Teatro Nô; da antologia le ricostruzioni delle battaglie,
veri e propri quadri "in movimento", quasi come se le sequenze fossero state dipinte direttamente
sulla pellicola. Dopo altri cinque anni arriva Sogni (1990) . Otto evocazioni oniriche, in cui
Kurosawa, ormai ottantenne, può dare libero sfogo alle proprie ossessioni pittoriche per ribadire le
sue idee sulla natura, sul destino, sugli affanni e sulle gioie del genere umano. La memoria della
tragedia collettiva del popolo giapponese, lo scoppio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, è
invece il nucleo di Rapsodia d’agosto (1991) , un ricordo doloroso, spesso commovente, che non
sfocia mai in retorica né in disperazione perché sorretto da un profondo senso del perdono. Il grande
Kurosawa ad 83 anni è sicuramente stanco ma non demorde e a coloro che chiedono se sia pronto ad
andar via lui risponde con sicurezza "non ancora" cioè Madadayo (1993) . Un film autobiografico,
la storia di un vecchio insegnante che non vuole rassegnarsi alla morte rimanendo attaccato ai piccoli
gesti quotidiani, ma che, senza cose straordinarie, con la sua limpidezza d’animo, la sua moralità, la
sua coerenza ha lasciato nei suoi allievi un ricordo indelebile ed un insegnamento per la vita. Grazie
Maestro. "Mi chiamano l’Imperatore, ma non ho mai chiesto a nessuno di uccidersi per un mio film!
Mi considero piuttosto uno schiavo, lo schiavo del cinema. Certo nel mio mestiere sono esigente, ma
quale buono artigiano non lo è? ".
Francesco Nocciolino
Da vedere assolutamente:
Kurosawa ha diretto fino ad oggi 30 film, se ne consiglia la visione di 7, non necessariamente i migliori, ma gli unici stampati in home video.
Rashômon, 1950, b/n;
I sette samurai, 1954, b/n;
Dersu Uzala, il piccolo uomo delle pianure", 1975;
Kagemusha, l'ombra del guerriero, 1980;
Ran, 1985;
Sogni, 1990;
Rapsodia d' agosto,1991.
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