L'Apprendista stregone

"...L’immagine interna è la condizione originaria, l’unica forma in cui è possibile avere esperienza dell’altro, ma essa parla alla coscienza e viene alla coscienza solo figurativamente elaborata e cioè, dopo apporti culturali e linguistici di vario genere. Un prodotto, ritengo, possa dirsi "tecnicamente" artistico tanto più è in grado di rimandare all’immagine interna, senza dover affiorare alla coscienza passando attraverso la fase verbale, linguistica..."

 

di Angela D’Alessandro e-mail: aadalessandro@tiscali.it  

L’incontro con la materia aikidoistica conosce numerose difficoltà che si rivelano alcune intrinseche alla sua stessa natura "artistica" altre al metodo ibrido utilizzato dagli insegnanti nel generoso tentativo di voler rendere conto dei suoi aspetti "esotici", atletici,spirituali ed infine marziali.I primi gradi di apprendimento prevedono l’acquisizione dei movimenti base, delle diverse forme di caduta e di attacco e delle stesse tecniche insegnate ai gradi più alti, anche se, "semplificate, stilizzate nella forma e quasi sempre prive di reale efficacia. Il risultato viene rinviato all’acquisizione di un fantomatico Ki del quale, ad un certo punto, si intravede l’esistenza e la localizzazione in una sorta di insperato, quanto provvidenziale satori……se l’allievo ha la pazienza di aspettare. Non essendo una insegnante ,il senso di ciò che dico è quello di testimoniare il punto di vista , l’esperienza ed il disagio dell’allievo sempre in bilico tra l’obbligo di riconoscere, per se stesso , una grave insufficienza atletica o , peggio ancora , una carenza di adeguato equipaggiamento di doti mentali e spirituali.Come dicevo le difficoltà sono soprattutto intrinseche. Si tratta delle stesse difficoltà proprie del processo di conoscenza attraverso l’organizzazione in concetti dei dati della percezione. Alla percezione dei dati sensoriali segue la formazione di una immagine interna che ha la forma di una "totalità indefinita" come è , ad esempio , un volto a noi familiare del quale , però, non siamo in grado di descrivere il colore degli occhi o la forma del naso.L’immagine interna viene poi tradotta in figura interessando al processo fattori esperienziali, culturali ed anche linguistici. L’immagine interna, credo,possa essere raffrontata a ciò che alcuni autori definiscono "coscienza corporea" esente dal dato mentale. Scrive Cognard:<<Basta rappresentarsi mentalmente la propria azione per diventare vittima dell’attaccante e non potersi sottrarre al suo attacco. Questa rappresentazione mentale si verifica quando la suddetta azione non è integrata dalla coscienza corporea ossia quando non è stata sufficientemente sperimentata.>> Ho detto, più volte, io stessa, che ritengo necessario ed adeguatamente rispettoso, avvicinarsi all’Aikido tenendo presente gli aspetti culturali e spirituali della cultura che lo ha generato ma, usare termini diversi, non significa essere irrispettosi o voler mutare il senso delle cose; non si tratta nemmeno di rinnegare certi passaggi o certi fenomeni ma solo di rendere una idea più vicina alla nostra formazione culturale: rendere una similitudine con il funzionamento del processo conoscitivo, per esempio. Ciò che viene applicato ai dati percettivi sono degli schemi per cui, ad esempio, il concetto di cane denota una regola secondo la quale può essere disegnata la configurazione di un quadrupede senza essere limitati ad un’unica configurazione particolare che mi offre l’esperienza o a ciascuna immagine possibile che io posso in concreto rappresentarmi. La figura di cane nasce dalla immagine interna prodotta dallo schema e poi elaborata sulla base di esperienze e dati culturali soggettivi. La ripetizione delle tecniche conduce alla applicazione spontanea, ma soprattutto immediata, di schemi su un materiale percettivo diversamente variabile ed, in allenamento,volontariamente dosabile ed adeguatamente prevedibile.Viene cosi, demandato al corpo ciò che nel processo conoscitivo viene realizzato dall’intelletto: la applicazione di schemi e la corretta produzione, nel caso del corpo di atti motori, nel caso dell’intelletto, di concetti. Ritengo che questa stessa similitudine possa essere utile anche a dare all’annosa, quanto difficile questione che risponde al quesito: E’ l’Aikido un’arte? Nel caso dell’immagine un prodotto tanto più si dice artistico quanto più trasmette, conserva e suggerisce elementi e suggestioni appartenenti alla primitiva immagine interna primo, inconsapevole livelli del processo conoscitivo, nel senso più ampio del termine. L’immagine interna è la condizione originaria, l’unica forma in cui è possibile avere esperienza dell’altro, ma essa parla alla coscienza e viene alla coscienza solo figurativamente elaborata e cioè, dopo apporti culturali e linguistici di vario genere. Un prodotto, ritengo, possa dirsi "tecnicamente" artistico tanto più è in grado di rimandare all’immagine interna, senza dover affiorare alla coscienza passando attraverso la fase verbale, linguistica. Ritorno all’aikido. L’allievo dovrebbe sapere fin dall’inizio che l’allenamento ha l’unico scopo di esercitare la coscienza corporea velocizzando l’applicazione e la reminescenza di schemi nativamente posseduti dal corpo. Ueshiba ha più volte detto che tutto dell’Aikido è in superficie e non c’è niente di nascosto. Esiste una crescita progressiva, esattamente come nella acquisizione delle capacità cognitive. Mi permetto di fare un ulteriore volo pindarico tra le diverse discipline: Il Prof.Garroni nel suo libro "L’arte e l’altro dall’arte" mette in guardia contro il pericolo legato alla diffusione, nella nostra cosiddetta "civiltà delle immagini", di immagini stupide per l’effetto di retroazione che esse possono avere sulle nostre immagini interne, abituandoci ad avere maggiore familiarità con quelle quanto più esse sono in realtà lontane dalla nostra, specificatamente umana, percezione della realtà. Un quadro, con le sue ineffabili suggestioni, dialoga con le nostre immagini interne riscoprendo canali esistenti ma sempre più nascosti dal brusio degli stimoli di vario genere che la "civiltà" moderna comporta. L’allenamento nel tempo consente di riallacciare i contatti con i canali che il nostro corpo ha con lo spazio esterno e con l’altro senza l’intermedio rappresentato dalla concettualizzazione. Come allieva mi permetto di dire che l’espressione: <<tu non devi capire devi fare>> può e deve essere diversamente prospettata ricordando al "principiante" che il corpo impara attraverso i canali della osservazione, della imitazione, della ripetizione; che gli schemi da applicare ci appartengono nativamente e sono gli stessi che rendono conto dell’equilibrio, della distribuzione del peso e del senso della distanza. L’allievo dovrà sapere che il suo percorso ha un senso e soprattutto una direzione che è esattamente inversa rispetto a quella compiuta dal processo conoscitivo da parte dell’intelletto: Dallo schema di quadrupede al concetto di cane, dalle diverse forme delle tecniche al principio base. Lo scopo di ciò che ho scritto è, da una parte, rassicurare chi comincia ora a praticare aikido, che non ci sono virtù magiche da acquisire ma solo un percorso, lo stesso che, senza traumi ed eccessive lacerazioni interne, porta l’alunno delle scuole medie a rimandare il calcolo infinitesimale ai tempi dell’università, dall’altro, quello di invitare gli insegnanti a rinunciare a quella porzione di fascino che deriva dal possesso di nozioni e capacità inafferrabili, ma a far riferimento a pochi semplici principi che già ci appartengono in quanto esseri naturali ..

Meeting aikido involves with it certain difficulties: some of them are intrinsic to its own "artistic" nature, others come from the hybrid method used by teachers as they try to make clear its "exotic", athletic, spiritual and even martial features. The very first steps in learning provide for the acquisition of the basic movements, of the different kinds of falls and attacks and then some of the same techniques taught at upper levels, though they are simplified, formally stylized and nearly ineffective. The full achievement is referred to the knowledge of an elusive ki, whose existence and placement can be eventually seen in a kind of an unexpected and even providential satori… if the learner is patient enough to await. As I’m not a teacher, I just try to express the point of view, the opinion and the uneasiness of learners who are constantly facing the duty to acknowledge their own athletic deficiency or, even worst, how lacking their mental and spiritual qualities are. As I said, the difficulties are mainly intrinsic. They are the same difficulties which characterize the process of learning through the organization of the perception data into concepts. Perceiving sensorial data is followed by the development of an inner image which is shaped as an "indefinite whole" just like , for instance, a familiar face whose eyes or nose we cannot describe properly in their colour or shape. The inner image is eventually put into a shape as the process concerns experience, cultural and linguistic factors. I think this inner image can be compared to what some authors called "corporeal conscience", free from mental data. Cognard writes: "If you represent your action in your mind you become a victim of the attacker and you can’t avoid his attack. This mental representation occurs as the action is not completed by the corporeal conscience, or as it hasn’t been experienced enough." I’ve often expressed my opinion that it is necessary to approach aikido paying attention to the cultural and spiritual aspects of its culture of origin, but I also think that using different terms doesn’t mean to be disrespectful or willing to change the very sense of things; it doesn’t even mean to repudiate certain steps or matters but it’s just a way to give an idea which can be closer to our own culture: to make a comparison with the work of the learning process, for instance. Certain schemes are applied to perceptive data so that the concept of the word "dog", for instance, implies a rule which can shape a quadruped without the constraint of having a sole particular shape or any possible shape that I could represent in my mind. The shape of a dog comes from the inner image produced by the scheme and eventually processed on the basis of experience and subjective cultural data. The repetition of the techniques leads to the spontaneous and immediate application of schemes on variable perceptive material which, during the training, is voluntarily measurable and properly predictable. So it’s remitted to the body what is accomplished by the intellect during the learning process: the application of schemes and the correct production of movements by the body and of concepts by the intellect. I think this selfsame comparison can also be useful to give an answer to the aged and hard question: is aikido an art? In the case of images the most artistic product is the one which can best express, preserve and suggest elements of the primary image, first and unconscious level of the learning process, in the widest sense of the word. The inner image is the primary condition, the only shape through which we can experience the world around us, but it speaks to conscience and comes from conscience itself after being figuratively processed, that is after having met different cultural and linguistic elements. I think a work can be considered "technically" artistic the more it can express the inner image without passing through linguistic steps to reach the conscience. Let’s go on discussing about aikido. Since the very beginning, learners should know that training only aims at exercising the corporeal conscience by making faster the application and the reminiscence of the schemes originally owned by our body. Ueshiba often said that in aikido everything is on the surface and nothing is hidden. I dare add something about different subjects: Prof. Garroni in his work "L’arte e l’altro dall’arte" warns that in our society so deeply influenced by images, it is dangerous to spread silly images because of the retroaction effects they can have on our inner images, getting ourselves accustomed to deal with them even though they are so far from our human perception of the reality. A picture with its ineffable suggestions can talk to our inner images rediscovering channels which are more and more chocked by the noises of contemporary society. As time passes, training allows the learners to get back in touch with the channels through which their bodies communicate with the outer world and people without the interference of concepts. As a learner, I dare say that the statement: "you don’t need to know, you must act" should be proposed to the beginners in a different way, that is by reminding them that the body can learn through observation, imitation and repetition; that the schemes originally belong to us and are the same which allow the balance, the distribution of weight and sense of distance. The learner should know that his way has got either a sense and a direction, which is exactly opposite to the learning process of intellect: from the scheme of a quadruped to the concept of a dog, from the different techniques to the base principle. My aim in this writing is to reassure beginners that there are no magic virtues in aikido but just a route to set out on, just like high school students must delay the knowledge of infinitesimal calculus to university studies. On the other side, aikido teachers should try not to be too fascinated by the feeling to possess elusive information and abilities, but to refer to few simple principles which we already possess as human beings.

 

 

 

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