DOLLS

(BURATTINI) 

 

Regia: Takeshi Kitano
Soggetto: Takeshi Kitano
Sceneggiatura: Takeshi Kitano
Fotografia: Katsumi Yanagishima
Montaggio: Takeshi Kitano
Scenografia: Norihiro Isoda
Suono: Senji Horiuci
Musica: Joe Hisaishi
Costumi: Yohji Yamamoto

Interpreti: Miko Kanno (Sawako), Hidetoshi Nishijima (Matsumoto), Tatsuya Mihashi (Hiro, il boss), Chieko Matsubara (donna nel parco), Kyoko Fukada (Haruna, la pop star), Tsutomu Tageshige (Nukui, il fan).
Produzione: Office Kitano, Masayuki Mori, Takio Yoshida 

Tre storie sull’amore che non muore mai, ispirate dalle marionette del teatro Bunraku. Matsumoto e Sawako, due giovani amanti, vagano legati da una lunga corda rossa alla ricerca di qualcosa che hanno tragicamente perduto. Hiro è un vecchio boss della yakuza. Trent’anni fa era un povero operaio che ha abbandonato la fidanzata per inseguire il suo sogno di successo. Oggi è di nuovo nel parco nel quale la incontrava. Haruna passa la maggior parte del suo tempo a osservare il mare, col suo bel viso coperto dalle bende. Non molto tempo fa, era una pop star di successo che viveva tra show televisivi e sessioni di autografi. Nukui è forse il suo fan più devoto, e oggi vuole dimostrarglielo.

 

Ha detto Kitano...

 

I testi sono tratti da interviste apparse su più quotidiani nei giorni immediatamente successivi alla presentazione del film, a Venezia.

Ad alcuni i morti di Dolls possono sembrare anche più crudeli di quelli di Brother. E questo perchè non sono le ari ad uccidere i protagonisti, ma il destino e le emozioni forti, come l'amore e il rimpianto. Le loro morti sono improvvise ed inaspettate, ed in questo senso Dolls è il più violento e crudele dei miei film.

Il film comincia con una rappresentazione bunraku: che rapporto ha con questo tipo di teatro?

Il bunraku, con il kabuki ed il noh, è una delle tre forme del teatro classico in Giappone, ha due tipi di artisti: quelli che muovono le marionette e quelli che raccontano la storia. Mia nonna cantava nel bunraku e in genere le storie sono di amori impossibili, simili a quelle raccontate nel film, i personaggi in fondo sono come marionette trasformate in esseri umani. Non c'è collegamento tra loro, se non nel fatto che si muovono e si sfiorano nello stesso spazio.

I paesaggi ed i colori di dolls sono di straordinaria bellezza. C'è una ragione per la scelta della bellezza come sfondo all'intreccio tra amore e morte?

Dei miei film si diceva che erano tutti tra il blu e il grigio, stavolta ci ho messo tutti i colori delle quattro stagioni. Ma la bellezza, come l'amore, finisce: a primavera per esempio i ciliegi sono bellissimi ma la loro fioritura è breve, in autunno c'è l'incanto degli aceri rossi, ma le foglie cominciano a cadere: c'è un legame tra la bellezza e la morte, e nella cultura giapponese è molto sentito. Quanto ai colori dei costumi, uno dei responsabili è Yamamoto. Mi ha detto: questo film dovrà essere come una delle mie sfilate. Gli ho lasciato carta bianca.

Perchè condanna i due ragazzi legati da una corda ad un eterno camminare? Ci sono sempre barlumi di storia personale. Quand'ero ragazzo, nel quartiere di Asakusa dove abitavo, c'erano due vagabondi, un uomo ed una donna, legati da una corda che si aggiravano per le strade, sempre in movimento, nessuno sapeva chi erano e qual era la loro storia. La prima idea del film viene dalla loro immagine.

L'ostacolo all'amore nel suo film è la distanza sociale: è uno spunto realistico? Non più così forte, le barriere tra e classi sociali in Giappone si stanno abbattendo. un fenomeno diffuso - e credo non solo in Giappone - è che uomini e donne, presi dall'ansia del successo e dei soldi, sottovalutino l'importanza di un amore, e se ne rendono conto solo quando lo perdono. Onore, gloria e successo sono solo granelli di sabbia, si dice nel bunraku.

 

Per lei quali sono i valori che contano nella vita?

Vivere. Mi è capitato parecchie volte di sfiorare la morte, ho imparato che ogni momento di vita in più è prezioso e bellissimo.

 

Suicidio per amore: scelta egoistica o romantica?

Il confine non è mai chiaro. In Giappone la morte ha in sè qualcosa di romantico, di bello. Un po' di tempo fa un cantante famoso si suicidò e molte fan lo imitarono. E anch'io anni fa sono stato vittima di un terribile incidente: dopo essere guarito ho letto molte lettere di fan che mi hanno confessato che, se fossi morto, si sarebbero uccisi. Mi sono preoccupato.

Lei tratta il personaggio del boss yakuza con tenerezza: è cambiato lei o la yakuza? La yakuza è cambiata, nel senso che ormai agisce a viso scoperto attraverso la borsa, le multinazionali, la new economy. Io non sono cambiato, racconto solo un vecchio boss, e nella yakuza ce ne sono come ce ne sono nella mafia, capaci di commuoversi per la nascita di un nipotino o di piangere per amore.

 

Lei ha mai vissuto storie d'amore impossibili?

Posso dire che quando uscirà questo film in Giappone ci saranno una ventina di donne convinte che Dolls l'ho scritto pensando a loro.

 

in una delle interviste Kitano parla del suo prossimo film, offrendo una ghiotta anticipazione

Mi occuperò di combattimenti con le spade. Il cinema giapponese dei samurai ha una grande tradizione, io voglio romperla. D'altra parte con le arti marziali noi giapponesi siamo fissati: ci serve per rinforzare la mente e lo spirito ma se facciamo dei combattimenti con gli occidentali perdiamo di sicuro.

 

Hanno detto del film...

 

Vedendo film come questi ci si riconcilia con il cinema. [...]

 

Notevole è la scelta del violentemente iperreale Takeshi di non mostrare scene di violenza: tutti gli incidenti, le morti, i tentativi di suicidio sono sottoposti ad ellissi, se ne mostrano soltanto gli effetti, e la stessa ironia caustica dell’autore è molto smorzata in favore di un’atmosfera omogeneamente elegiaca. Non per questo il film è meno violento. [...]

 

Non sono qui però gli individui le cause primarie di oppressione e dolore, è il destino stesso a dominare gli amanti, a reggere con sagace cattiveria i fili delle vite umane, facendo incontrare o ritrovare le coppie solo al fine di rendere più sensibile e tormentosa la loro separazione. Kitano usa, con la sua abituale maestria compositiva e con un uso espressivo del colore e del metaforico, alcuni correlativi oggettivi che pur nella loro semplicità e comprensibilità non perdono di impatto emotivo: alcune idee centrali sono lo schiacciamento dell’inerme, dell’indifeso (vediamo una farfalla dalle ali tarpate, una pallina colorata che finisce sotto una macchina), ed il trascinamento (la ragazza che ha perso il senno trascinata di peso per mezzo della corda rossa dal suo innamorato) l’amante cieco trascinato verso l’amata pop-star che ne ha sconvolto la vita. Questa’ultima modalità sembra essere uno sviluppo di un altro dei modi kitaniani, quello dell’accompagnamento (Nishi che accompagna la moglie a morire, Kikujiro accompagnato a trovare la madre), che qui è comunque presente, seppur caricato di valenze fatalistiche. Agli amanti, agli individui che in questa sua storia soffrono di una tenerezza legata a doppio filo con la rovina Kitano non lascia scelta di movimento, essi, quali indifesi pupazzi del fato, vengono minacciati dall’alto e, involontariamente, dai propri simili, dagli stessi loro partner.

Questo conglomerato di dolore e tenera dedizione amorosa è un vero e proprio poema visivo sulla fascinazione degli esseri indifesi, sulla necessità di accettare l’idea della fine della vita quale compimento del percorso amoroso-vitale, sul fragilissimo equilibrio della bellezza e sulla pacificazione che dà il riconoscere che Fratelli, a un tempo stesso, amore e morte ingenerò la sorte."

 

tratto dall'articolo "Amore e morte secondo Kitano", di Massimo Tria, apparso sul sito Cinefestival

 

" [...] Dolls è il film forse più astratto del regista, il più ellittico e formalmente curato, sino alle soglie del manierismo, nonchè quello dove il tema dell'amore e della morte, strettamente correlati in tutta l'opera di questo autore sino a punte di romanticismo e lirismo febbrili, emerge forse con maggiore, disperata chiarezza.

La chiave di volta di Dolls sta nel folgorante prologo, in cui assistiamo ad una scena di teatro bunraku, popolare forma di spettacolo giapponese dove due marionette, uomo e donna, danno vita a storie d'amore infelici e destinate sempre a fine tragica. Le marionette di Kitano sono infatti costituite da tre coppie condannate a vivere altrettante passioni impossibili. [...]

 

Non esiste un filo narrativo consequenziale, in un'opera che rifiuta molte delle coordinate tradizionali del racconto filmico.E in tal senso le scelte linguistiche di Kitano sono radicali: il dialogo è ancora più avaro che nei suoi film precedenti - il che significa che ci troviamo davanti praticamente ad un film muto - , i flashback si alternano con il tempo presente attraverso una serie di intersezioni spesso inestricabili, in cui passato e presente si confondono. Ma, soprattutto, è la cifra onirica e visiva ad incantare, in una sorta di 

sospensione temporale cui contribuiscono non poco la bellezza di immagini indimenticabili e la tavolozza cromatica impiegata: in questo sfondo quasi allucinato, incantatorio, emergono pur sempre le tematiche antiborghesi dell'autore, soprattutto per quanto riguarda la visione di un paese ancora diviso in caste e per larga parte dominato dall'uso della violenza, ma si noti come quest'ultima è, ad esempio, confinata rigorosamente fuori campo - scelta senz'altro inusuale per Kitano - e come in ogni caso l'incombenza della morte, identificata con il destino e il crudele accanirsi delle circostanze, sia una presenza opprimente, inesorabile. Ne risulta un film di ardua lettura ma coerentissimo con la poetica pessimistica e disillusa del regista giapponese, che testimonia certo una svolta stilistica ma contemporaneamente conferma in lui uno strordinario poeta della crudeltà e del disincanto."

Roberto Pugliese, Il Gazzettino, Venerdì 6 settembre 2002

 

"Un'opera di Chikamatsu con gli abiti griffati di Yohji Yamamoto. Questa potrebbe essere la sintetica definizione di Dolls, l'ultimo, bellissimo film di Takeshi Kitano, ed è una sintesi che gli assomiglia, fra l'antico e il moderno, fra la tradizione e la ricerca, fra la rigidità delle formule e l'apertura dei linguaggi.
Monzaemon Chikamatsu, detto lo Shakespeare giapponese, è, per chi non lo sa, il più grande autore di bunraku, una forma di teatro di marionette che risale al XVI secolo in cui il marionettista è in scena assieme al narratore-cantante e al suonatore di tayu e muove il suo grande pupazzo, dagli abiti ampi e colorati e dal volto bianco e inespressivo, secondo ritmi lenti e studiatissimi. Yohji Yamamoto, per chi non lo sa, è da vent'anni il più innovativo e raffinato disegnatore di moda giapponese, protagonista fra l'altro del documentario di Wim Wenders Notebook on cities and clothes. E Takeshi Kitano, per chi non lo sa o non ne è ancora convinto, è il più grande regista giapponese di oggi e con questo film sembra voler assumere, anche nei temi e nel respiro del racconto, l'eredità di chi vent'anni fa gli aveva fatto scoprire il cinema come attore, Nagisa Oshima.

Stranamente però "beat" Takeshi qui non si è dato alcuna parte, lui che col suo volto irrigidito sembra una maschera bunraku vivente: forse perché l'unico ruolo adatto a lui, quello di un vecchio boss della yakuza, era un po' limitato (ma ha scelto un attore che gli somiglia), o forse proprio perché, pur non rinunciando a raccontare anche una delle sue classiche storie di malavita violenta e romantica, con questo film ha voluto dare un segno di cambiamento, dimostrare, ancor più esplicitamente che con ognuna delle sue opere precedenti, che non si vuole legare ad alcuna maniera e ad alcun "kitanismo" e che ogni suo nuovo film è un passo avanti, sperimentale e innovativo." [...]

Alberto Farassino, da una recensione apparsa su Kataweb

 

"Quando ero ancora un aspirante comico della commedia stand-up ad Asakusa (periferia di Tokyo), ho visto una volta un uomo ed una donna legarsi con un pezzo di corda. La gente del posto li chiamava "i vagabondi legati". Correvano molte voci su questa coppia, ma in realtà nessuno sapeva come avevano finito per diventare vagabondi. La visione dei vagabondi legati si era impressa nella mia testa e ho sempre voluto fare un film con dei personaggi come loro. Ho deciso di intrecciare questa storia con altre due storie. L'idea di ciascuna storia proviene da qualcosa che ho visto o sentito in passato, un genere di storie che sno piuttosto comuni in Giappone."

Takeshi Kitano, dal Press Book del film

 

"Applausi scroscianti accolgono Takeshi Kitano, il regista giapponese amato dai cinefili per la raffinatezza formale e l'intensità delle emozioni rappresentate sullo schermo, spesso violente, sempre suggestive dal punto di vista pittorico. Con Dolls il cineasta che in patria amano come una rockstar dice di aver voluto raccontare la morte, cosa per lui abituale, ma questa volta senza colpi di pistola, gangster, omicidi e spargimenti di sangue: "Avvolta e decorata da un sentimento chiamato amore la fine può sembrare addirittura sublime, un demone seducente inevitabile come il destino, e per questo ancora più crudele" spiega.

Arricchito dai costumi meravigliosi dello stilista Yamamoto, il film è anche un omaggio ad una forma di teatro tradizionale, il bunraku, praticato dalla nonna di Kitano e perciò parte inntegrante della sua cultura. "In questo genere di spettacolo l'amore è sempre infelice e senza rimedio. Impossibile il legame tra due persone di ceto sociale diverso: per i due sciagurati amanti il suicidio era l'unica soluzione praticabile". E oggi come ci si comporta? "La società giapponese trascura i sentimenti per la carriera ed il successo, senza rendersi conto di quel che perde. E molti si sposano per sistemarsi, nei casi più fortunato per tutelare grandi patrimoni".

Abbandonati per ora i film d'azione come Sonatine o Brother, che lo hanno reso celebre in Occidente, Kitano ha scelto di raccontare in Dolls stati d'animo attraverso simboli precisi, come ad esempio il fluire delle stagioni. "Ho sempre collegato la primavera a un risveglio dela sensibilità" spiega "l'estate, invece, infiamma l'amore, mentre l'autunno approfondisce i sentimenti e l'inverno con il suo grigiore li spegne. Ho voluto mostrare questi cambiamenti dell'animo umano con i colori della natura, con i ciliegi in fiore, un mare azzurro pieno di riflessi, le foglie rosse degli aceri sul punto di cadere dai rami, il candore abbagliante della neve".

Titta Fiore, Il Mattino, 6 Settembre 2002

 

"Che senso ha per Takeshi Kitano seguire le traiettorie di destini incatenati e tragici? Forse semplicemente il piacere cinico, crudele, di disegnare, con tutte le sfumature cromatiche, le traiettorie esistenziali. Esseri umani qualunque che si ostinano a recuperare qualcosa di perduto. In questa mancanza c'è tuttavia una parvenza di scelta, di consapevole decisione, spesso dettata dall'opportunità del momento, o semplicemente dal desiderio di risolvere tutti i problemi della propria vita. [...]

La follia sembra distruggere ogni tipo di strutturazione temporale, e i sentimenti acquistano l'eternità attraverso la malata reiterazione. Procedimento ossessivo che Kitano ha sempre messo in moto in tutte le sue opere e che qui diventa in molti momenti quasi esclusivamente un gioco di percezioni poetiche. Kitano è probabilmente uno dei pochi cineasti che riesca a trasformare la tragedia in una prassi colorata della poesia. Questo percorso doloroso è un cammino di bellezza estetica perché immerso completamente nelle sfumature cromatiche, è sempre più un'esperienza del visibile che s'innesca con colori decisi, il bianco della neve o il rosso fiammeggiante dei ciliegi in fiore o delle pozzanghere di sangue."

Andrea Caramanna, da una recensione apparsa su www.cinemah.com

 

"Odore di Leone per Takeshi Kitano, che in Dolls mette fra parentesi la sua maniera ellittica e selvaggia di per guardare all'ultimo Kurosawa e al teatro di marionette giapponese, il bunraku. Tre amori estremi, tre legami assoluti e tragici. Due amanti uniti da una lunga corda rossa che trascinano sempre con sè, i vagabondi legati; il fan di una popstar sfigurata in un incidente che finisce per cavarsi gli occhi; un vecchio boss della yakuza che ritrova ad attenderlo nel parco, sulla loro panchina, la fidanzata di tanti anni prima. Tre storie che Kitano incastra in un complicato gioco di incroci e rimandi fra paesaggi mozzafiato, colori ricorrenti (foglie rosso fuoco, sangue sull'asfalto) e stagioni che scorrono crudeli come il destino. Lentissimo, iterativo, tutt'altro che facile. Ma per chi riesce ad entrarvi, un incantesimo."

Fabio Ferzetti, Il Messaggero, 6 Settembre 2002

 

"Viene da pensare che, con l'avanzare dell'età, i migliori tra i registi giapponesi tendano a diventare - come dire? - un po' più giapponesi. Era capitato a Kurosawa, ora accade a Kitano: dopo tante storie di yakuza e di sangue, con Dolls il regista scrive e dirige un film che, per alcuni versi, ricorda Sogni del vecchio maestro; e in particolare il primo episodio, quello delle bambole in giardino. Alternandole, Takeshi ci racconta tre parabole sulla permanenza dell'amore, e su come questo sfidi l'immanenza delle cose del mondo.[...] Senza addentrarsi in stereotipi sul fatalismo del Sol Levante, ciò che è notevole è il modo in cui il regista "orientalizza" il proprio stile rendendolo ancora più arcano e scarno, fino ad attribuire altrettanto significato alle pause che ai (rari) momenti d'azione; una tendenza che qui si estremizza in inquadrature ferme, giocate su variazioni di luminosità e sospensioni del tempo dagli effetti struggenti. Se Kitano non è mai stato quel che si dice un ottimista, Dolls è un film dal pessimismo radicale, ma purificato al fuoco bianco e che lascia nella memoria qualcosa di stranamente simile a una nostalgia.

Roberto Nepoti, La Repubblica, 6 Settembre 2002

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