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Zaitochi è un vagabondo cieco che si guadagna da vivere con il gioco d'azzardo e facendo massaggi. Ma Zaitochi è un maestro della spada, veloce e preciso. Scopre un lontano villaggio di montagna in balia della banda dello spietato
Ginzo. In una bisca Zaitochi e il suo fedele amico Shinkichi si imbattono in una coppia di
geishe. Pericolose e belle, Okinu e la sorella Osei sono in città per vendicare l'assassinio dei genitori. L'unico indizio è il misterioso nome di
Kuchinawa. Zaitochi viene inseguito e il suo cammino è destinato a molte violente rese dei conti.
Ha detto Kitano...
Zatoichi è il mio primo film d'epoca ma è anche la prima volta che dirigo un film tratto da un'idea altrui. Pensavo che Zatoichi sarebbe stato un film duro da fare perché generalmente si pensa che un film d'epoca sia molto più accurato. In realtà è stato molto divertente. Ho trovato l'intero processo di lavorazione di un film d'epoca molto più fittizio perché ho dovuto inventare tutto. Questo mi ha permesso di fare cose strampalate ed esplorare nuove aree che non avevo mai esplorato prima. Sono d'accordo con chi mi dice che Zatoichi deve essere il film più divertente che abbia mai fatto. Posso senz'altro dire che fare questo film è stata una delle esperienze artisticamente e creativamente più soddisfacenti della mia carriera. Adesso spero solo che il pubblico di Zatoichi si diverta guardandolo tanto quanto mi sono divertito io facendolo.
I testi seguenti sono tratti da interviste apparse su più quotidiani nei giorni immediatamente successivi alla presentazione del film, a Venezia.
Non ho nessun sentimento di nostalgia per i samurai, dopo aver maneggiato tante armi da fuoco, mi interessava l'uso delle spade, riproporre lo stile autentico contro il cinema di oggi che in genere mostra i combattimenti come acrobazie coreografiche. La spada di un vero samurai uccide senza staccare pezzi di carne, ma sa colpire le vene vitali del nemico e lo dissangua. Perciò nel film c'è tanto sangue.
Compare anche una pistola...
Le pistole furono portate in Giappone dai Portoghesi alla metà del Cinquecento, ma fino alla metà dell'Ottocento l'uso era rarissimo, la yakuza combatteva con le spade e anche se i samurai ricchi ne possedevano una, non era nobile sparare. Nel film compare nelle mani del samurai ricco e cattivo quando si vede perduto, ma non lo salva.
Da dove viene l'idea del tip-tap finale?
Mi appassiona da anni, avevo imparato a ballarlo sullo stile di Gene Kelly, ma lo trovavo ripetitivo, poi ho visto balare Gregory Hines e mi è piaciuto molto, a quello è ispirato il ballo del film, ma la musica è contaminata da ritmi giapponesi. E' il ballo liberatorio con cui i contadini festeggiano la fine della prepotenza dei cattivi.
Peccato che lei, cioè Zatoichi, non partecipi al ballo...
Non potevo, io non sono parte del villaggio. Il mio personaggio è un po' come gli alleati nella seconda guerra mondiale, vinsero e se ne andarono. O come gli americani che vanno a combattere in un paese lontano, vincono e se ne vanno, magari lasciando il paese nei guai.
Tornerà a lavorare in America?
Vorrei, ma i loro contratti sono restrittivi, vogliono il final cut, e io non posso accettare che altri decidano come deve essere un mio film. Se cambiano le regole...
Si è chiesto perchè è così popolare tra i giovani?
Forse perchè sono stufi di troppi film fatti al computer, nel mio cinema c'è qualcosa di diverso, è più vicino alla verità. So che mi hanno dedicato molti fan club, in Europa e in Giappone, dove però sono divisi, tra i fan della mia televisione e quelli del cinema. Sono in lotta tra loro, il pubblico tv non vuole che faccia film e viceversa. Ci sono dibattiti su internet, discutono di me, una volta sono entrato in rete, "mi chiamo
Takeshi", ho cercato di dire qualcosa, ma nessuno mi ha preso sul serio, anzi mi hanno dato del cretino.
Che programmi sta facendo in tv?
Uno è dedicato alla scuola, c'è un pubblico di ragazzi e genitori che devono fare i compiti dei figli e in genere non sono capaci. E ho un programma settimanale, Diventiamo
Picasso, un concorso per artisti dilettanti, il premo è un viaggio in Europa a visitare città d'arte. Uno dei vincitori ora espone alla Biennale di Venezia. |
Sa che molta parte del popolo femminile qui ha definito lei e Johnny Depp gli uomini più affascinanti della mostra?
Sono molto onorato, vorrei che lo sapesse mia moglie, lei è interessata solo ai soldi che porto a casa. Ora so che se dovessi divorziare non devo temere la solitudine.
Lei ha due figli: che padre è?
Amo molto i miei figli, ma sono un padre spesso assente. Una volta sono tornato a casa e mia figlia, allora alle medie, si è messa a gridare "C'è
Takeshi! C'è Takeshi!" e ha chiamato tutte le sue compagne perchè mi vedessero da vicino.
Hanno detto del film...
" [...] Ha avuto un pieno successo di pubblico e ahimè di critica solo Zatoichi di Takeshi
Kitano, che tinto in biondo e con gli occhi chiusi riprende il personaggio di un samurai finto cieco popolarissimo alla tv giapponese. Ormai regista di culto, che il pubblico applaude fin dall’apparizione del nome dei titoli, Kitano è passato dalla categoria degli ispirati a quella dei furbi. Chi si azzarda a paragonare Zatoichi ai classici del "film spada" dovrebbe precisare che si tratta di un Akira Kurosawa ridotto a fumetti, proprio come lo "Spaghetti Western" stava a Ombre rosse di John
Ford."
Tullio
Kezich, Corriere della sera, 4 settembre 2003
"Racconta Kitano Takeshi che con Zatoichi voleva far conoscere anche a chi ha meno di trent'anni questo eroe dell'immaginario giapponese scomparso dagli schermi (cinema e tv), girando così per la prima volta un film da un soggetto non suo (all'origine c'è il romanzo di Kan
Shimozawa, Kitano firma sceneggiatura e montaggio) e in costume - ma il suo ultimo Dolls era già incursione nella tradizione teatrale giapponese degli amanti condannati a
infelicità.[...]
Zatoichi è Kurosawa, King Hu, comicità straniante, gioco di doppi, musical e danza rituale giapponese fino al finale d'incanto, un happy end moltiplicato nel tip tap collettivo e coloratissimo, però Gregory Hines e The Stripes più che Gene
Kelly, a sonorità hip hop. Tutti meno che lui, Zatoichi, il samurai solitario e biondissimo - come Kitano è arrivato sul Lido - che sfugge all'inquadratura, fino allora cieco ora a occhi aperti e per questo improvvisamente instabile sullo schermo. Zatoichi non vede, o vede altro, è un vagabondo, vive facendo massaggi e col gioco d'azzardo ma la sua spada nascosta in quel bastone laccato rosso sangue ha la precisione implacabile del fato. «Ci vedi!?» urla stupito il crudele capo della banda
Ginzo, benissimo risponde il samurai ma a occhi chiusi ci vedo ancora meglio. Un bel gioco di umorismo e qualcosa di più. Che infatti il fascino potente e irresistibile di
Zatoichi, film con cui Kitano spiazza se stesso e insieme espande la cifra straniante di un cinema metabolismo perfetto di comico tv superpopolare, generi codificati, sta in questo suo movimento continuo, uno slittare libero, mai unidirezionale che si ricompone in nuove sorprese.
Ecco allora che la storia riscrive la sua tradizione, ne azzera la sostanza trasformando set antichi in contemporaneità. Il samurai buono combatte in incognita la banda Ginzo - samurai come gli yakuza - che tiranneggia i contadini di un villaggio remoto nel Giappone del XIX secolo. Complici un giocatore di dadi perdente, una coppia di geishe in realtà fratello e sorella legati visceralmente e perseguitati dal sogno-memoria di un'infanzia in strada, lui bambino troppo sensuale, voluto dagli uomini fino a diventare donna bellissima che uomo non vuol essere più, dopo che il capo Ginzo ha ucciso per soldi tutta la famiglia, altro sogno, ricordo avvolto nella notte che conserva un serpente, e il nome di un capo senza volto. Bene e Male, ma il primo,
Zatoichi, è cieco, vecchio e sgraziato, l'altro è bello, tormentato, uccide per amore, le cure della moglie malata, col volto di Todanobu
Asano, la nuova star japan, che fa impazzire teen-ager e non solo. [...]
Dice Takeshi che la scena-omaggio ai Sette samurai, mentre la girava l'acqua del laghetto usata per la pioggia puzzava di carpe e sembrava che piovessero. [...] E i Sette samurai infatti sono altro, come altro resta il bagaglio del cinema che Takeshi ama, ammira, usa sotterraneo e indipendente, con amore. È lì e non c'è più, scivola in quell'esplosione finale (con immagine ferma sulla caduta) quasi fosse un doppio di tempo e insieme un assoluto momento di magnificenza oltre se stesso."
Cristina Piccino, Il manifesto, 3 settembre 2003
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