BROTHER

i Takeshi Kitano con "Beat" Takeshi [Kitano],

Omar Epps, Claude Maki

Recensione di Roberto Maggio

 

Guardando Brother si assiste a un film il cui intreccio potrebbe essere quello di un film di fantascienza: in quanto racconta di un vero e proprio alieno, ovvero di uno yakuza (per intenderci, un mafioso) giapponese, Aniki Yamamoto ("Beat" Takeshi [Kitano]) il quale, dopo avere assistito impotente allo scioglimento della famiglia di cui è uno dei membri più importanti sotto la pressione di un altro clan, che arriva ad assassinare l'anziano capo di Yamamoto, e della polizia, è costretto a lasciare Tokio dopo che il suo "fratello" (brother) nell'organizzazione, Harada (Ren Osugi), passato dalla parte dei rivali e incaricato di eliminarlo, invece lo risparmia. Yamamoto decide così di raggiungere suo fratello (brother) minore Ken (Claude Maki) a Los Angeles, in un paese di cui non conosce la lingua e non comprende i comportamenti (per lo yakuza un mondo in cui all'inizio si muove realmente come un alieno, generando situazioni di comicità straniata), ricostituendo in tal modo la sua "autentica" famiglia (si scoprirà in seguito che, entrambi orfani, erano stati raccolti insieme da un istituto e il rapporto tra i due è più del tipo verticale padre/figlio che non una relazione fraterna orizzontale).....da quello che dall'edizione italiana si può desumere, sembra che questa volta Kitano arrivi a toccare il fondo della violenza "mostrabile", con una lucidità e implacabilità che, a sorpresa, lo accomuna a David Cronenberg, montando una serie interminabile di esecuzioni, pestaggi, agguati, torture e suicidi eseguiti con la stessa impassibilità attenta, quasi affettuosa che è la cifra anche delle sue altre opere, ma che questa volta vengono somministrati allo spettatore con una frequenza ossessiva e ripetitiva, da catena di montaggio (l'autore affermerebbe che si tratta solo di un caso dovuto a esigenze produttive: avendo firmato un contratto per un film della durata di due ore, si è trovato con un montaggio di tre ore, sforbiciando il quale le scene violente si sono ritrovate come appiccicate le une alle altre); la questione, però, non è solo quantitativa, ma qualitativa: questa volta Kitano è molto meno ellittico, mostra molto di più che in passato, sembra si diverta a rendere la violenza grottesca nel suo parossismo e a spargere litri di sangue (in scene a volte di una bellezza quasi spaventosa, come nella sparatoria notturna sotto il ponte, in cui i corpi contorti dai colpi ricevuti sono illuminati solo a tratti dai lampi delle armi da fuoco: qui si riconosce lo "stile kitanesco", in questa reintroduzione della morte violenta nel buio, nell'invisibile e nell'indicibile; in effetti tutto il film è come attraversato da frammenti del cinema precedente di Kitano ripresi senza enfasi, per esempio nel peregrinare finale di Yamamoto e Danny con il boss della mafia rapito, che rivela una evidente parentela con le atmosfere di Sonatine, o nei momenti di gioco). Il fatto è che - come sarebbe ancora più evidente se il doppiaggio non avesse fatto scempio della sceneggiatura - i segni della violenza, del potere del terrore, sono gli unici segni di cui Yamamoto dispone per esporre le sue ragioni, per comunicare con un mondo che non comprende e che non lo comprende (la battuta del barista nel finale: "Voi giapponesi siete imperscrutabili"); ciò non toglie che per Yamamoto la pace sembri impossibile (anche il suo rapporto d'amore con una prostituta, unica presenza femminile in un universo desolantemente maschile, è improntato alla guerra), che porti la violenza con sé, che ne sia un veicolo (alla domanda del suo braccio destro Kato [Susumu Terajima] che lo raggiunge negli Usa e si suiciderà per lui: "Che cosa fai?", risponde: "Faccio la guerra anche qui").

Riconoscere questa impossibilità di quiete, questa "tara" individuale, però, non vuol dire togliere peso alla violenza, diciamo così, contestuale: il protagonista transita da un universo di violenza a un altro, da un Giappone che conosce una violenza ritualizzata e quasi trasformata in cerimonia, ma sempre pronta a esplodere nelle forme più atroci (come nella terribile sequenza del harakiri di Harada, dove si indovina l'assonanza con la lezione del maestro Nagisa Oshima, per esempio in Furyo) a un'America dove, invece, la violenza sembra più diffusa, immediata, una risorsa circolante e a disposizione di chiunque; alla fine del percorso che lo porta a sconvolgere gli equilibri del potere criminale in città il ciclo si conclude, e la mafia italiana, mettendo in gioco un sovrappiù davvero impressionante di spietatezza (vedi l'esecuzione finale, ironica nella sua esagerazione e nella sproporzione rispetto al torto - o "sgarro" - commesso) riprenderà il controllo espellendo dal mercato con l'eliminazione fisica dei suoi membri la banda improvvisata e "incestuosa" mista di neri, giapponesi e centramericani che Yamamoto ha messo insieme. Il fondo del discorso, però, è irriducibile a quella morale qualunquista che vuole tenere insieme i detti "tutto il mondo è paese" e "paese che vai, usanze [violenze] che trovi" con la cosiddetta "legge del più forte",in quella sua variante che è la "legge di chi ha la pistola più grossa"; qui si vuole indicare, invece, non diversamente che negli altri film di Kitano, come la violenza rappresenti una modalità possibile (e così spesso attuale) delle relazioni interumane, in questo caso interrogandosi su di essa con un accento particolare, dovuto al sottofondo antirazzista e critico che accompagna tutto il film e che ha la sua espressione più toccante, in quanto silenziosa e occulta, nella gigantografia esposta nell'ufficio di Yamamoto: una fotografia aerea di uno dei campi di concentramento in cui gli statunitensi imprigionarono i cittadini nippoamericani durante e dopo la seconda guerra mondiale, una delle più infamanti vergogne di cui i democraticissimi Stati Uniti (in questi giorni di bagarre elettorali tale superlativo è più che mai ironico, anche se mi sembra un po' di sparare sulla croce rossa) debbano rendere conto al mondo. Un antirazzismo che ritorna nella bellissima scena finale,quando il termine fratello (brother) assume come invocazione e bestemmia sulla bocca di Danny - il quale, rimasto unico superstite sia della "famiglia" malavitosa che della sua vera famiglia, trova nella borsa che Yamamoto gli ha affidato i contanti necessari a fuggire lontano - un significato nuovo e che possiede più valore, quello di una fratellanza elettiva, fatta di gratitudine senza debiti.

 

CONSIDERAZIONI:

" Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte. Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una sùbita morte. Non v'è nulla di complicato in ciò. Fatti animo,e procedi. C'è chi dice che morire senza aver compiuto la propria missione è morire invano,ma questa non è altro che l'etica pseudo-samurai, calcolatrice, dei mercanti di Osaka, arroganti. Effettuare la scelta giusta allorchè i pro e i contro si equivalgono esattamente è pressochè

impossibile. Noi tutti si preferirebbe vivere. Ed è quindi naturale che, di fronte a tal dilemma, tutti cerchino una qualche scusa per seguitare a vivere. Ma colui che sceglie di seguitare a vivere, adducendo di aver ancora una missione da compiere, verrà disprezzato come codardo e confusionario. Questa è la parte precaria. Se uno muore dopo aver fallito, la sua è morte da fanatico, vana morte. Non però disonorevole. Tale morte è, in effetti, la Via del Samurai. Per essere un perfetto samurai, è necessario preparasi alla morte da mane a sera, anno dopo anno. Allorchè un samurai sarà costantemente pronto a morire, egli avrà  padroneggiato la Via del Samurai e potrà, senza mai errare, dedicar la sua vita al servizio del proprio sovrano. "Yamamoto è uno yakuza, la cui famiglia è stata sconfitta da una rivale, il proprio boss ucciso, il "fratello" (membro della famiglia) passato alla famiglia vincitrice. Quest'ultimo gli organizza una fuga a Los Angeles, dove riesce a rintracciare il fratello minore Ken, diventato un piccolo spacciatore locale. Con quest'ultimo e i suoi amici (tra cui Denny, un afro-americano che Yamamoto aveva quasi accecato con una bottiglia rotta appena "sbarcato" in America) decide di fare la guerra. Contro i messicani, che sconfiggono, poi, alleandosi con il boss di Chinatown (o Little Tokyo? non ricordo), sfida la Mafia, da cui Yamamoto e i suoi vengono sterminati,tranne...    'estratto iniziale (un po' lunghetto, al mio solito, lo so: ma si capirà il perchè di tanta prolissità) è forse il passaggio più importante dello Hagakure, testo sacro della precettistica samurai, trascrizione della "Via del Samurai" di Jocho Yamamoto (1659-1719).

Se alla storia di Brother, profondamente permeata di tale precettistica, evidente nei comportamenti e nell'etica degli yakuza, si aggiunge il fatto non indifferente che il protagonista (al solito, "Beat" Takeshi) si chiama esattamente Yamamoto, vien da pensare che l'ultimo film di Kitano sia una sorta di rilettura in chiave moderna del famoso trattato.  Non per questo, però, il film di Takeshi Kitano deve essere preso troppo sul serio o interpretato come manuale del perfetto samurai-yakuza (ovvio): c'è più humour (nerissimo a volte, ma è il filo conduttore e marchio inconfondibile dei film del nostro) che rigore, più attenzione a una geniale trovata stilistica che all'ostentazione della propria maturità formale, più desiderio di sorprendere che cura ai particolari della storia.  Certo, per chi ha visto qualcuno (o tutti, come nel mio caso) dei suoi film si ha l'impressione di un po' di deja-vu, sembra quasi (e non solo a una prima occhiata) che Takeshi faccia ormai un po' di maniera. Ma il sangue che scorre in quantità industriale, più di tutti i suoi film precedenti messi assieme, non deve far pensare a un remake di se stesso mascherato per sembrar nuovo. Anche perchè sarebbe talmente evidente che non meriterebbe nemmeno di essere visto. Kitano è rimasto semplicemente fedele al suo stile, ai suoi temi, al suo modo di raccontare le sue storie, ai suoi attori alcuni dei quali sono stati rimescolati come carte da gioco, aggiungendovi un'ambientazione ed alcuni personaggi occidentali, quasi a sfidare la sua totale ignoranza dell'inglese: in realtà il film è coprodotto da Jeremy Thomas, conosciuto ai tempi della realizzazione di Furyo. La premiazione di Venezia e la sua partecipazione di quest'anno non lo hanno minimamente condizionato nelle scelte presenti (oltretutto si tenga conto che il progetto di Brother risale al 1994), ed è difficile che lo faranno anche in quelle future." Un vero samurai non deve mai mostrar di vacillare e scoraggiarsi . Deve avanzare arditamente, come chi è certo di prevalere. Altrimenti, è inutile. " La volontà di ricorrere a uno dei testi più noti in patria come filo conduttore della vicenda di Brother può avere più di una ragione. In Giappone sia la figura del samurai che quella ad esso strettamente connessa del suicidio rituale sono ancora oggi avvolti da una sorta di rispetto e riverenza. Anche su Takeshi il samurai (oggi -discutibilmente, certo- fatto incarnare nella yakuza), "spirito eccentrico, volitivo e coraggioso" esercita ancora un certo fascino, guerriero sempre impegnato in "quella danza seria, cupa, controllata e frenetica, che è il duello", dedito alla violenza dello scontro con un avversario che non odia ma che anela a "trasformarsi in lui, e l'arma, prolungamento della sua persona, è il tramite della metamorfosi" (quanto cade a pennello questa citazione, con l'irrefrenabile bramosia di Yamamoto e del suo clan di sostituirsi alle altre mafie nel controllo del "territorio"). Per un samurai "lo scontro era non solo un rituale dell'onore personale e familiare, ma anche e soprattutto un mezzo per giungere alle soglie dell'aldilà. Era cioè una rivelazione, una mistica ascesa o discesa agli inferi" (che Kitano simbolizza con la "locanda da far-west" fuori dalla quale viene massacrato).
Lo Hagakure fu molto letto durante la II guerra mondiale dai giovani militari nipponici, ed i kamikaze sono stati l'incarnazione estrema del credo "la Via del Samurai è la morte". Strano allora che l'unico motivo per cui Yamamoto abbia innescato la miccia sia la sua voglia di fare "solo" una guerra?" Onde perfezionare sembiante e portamento, un samurai deve abituarsi a correggerli guardandosi allo specchio. [...] Se al portamento di un uomo manca un nonsochè di calma dignità e serenità, non si può dirlo bello. L'ideale è un aspetto reverente eppur severo, contegnoso. " Perchè ho fatto tutto questo discorso, che difficilmente qualcuno avrà letto fino in fondo? Il motivo, a mio parere, è che è difficile, per noi occidentali capire il senso di tagliare o tagliarsi un dito, fare harakiri squarciandosi il ventre, affrontare con "coraggio" una morte certa (concetti che, comunque, mi preme dirlo, non condivido). Senza avere la pur minima conoscenza dei fatti c'è il concreto rischio di annoiarsi vedendo questo film, o, peggio, uscire (anche anzitempo) stomacati da tante efferatezze. (Viceversa, mi viene un dubbio: e se fosse tutto solo una parodia?) Tuttavia, dopo qualche istante, se ci si ricorda che è solo un film e che Takeshi si diverte come un matto a interpretare e dirigere le sue pellicole (fosse questo il divertimento nel fare cinema!), sarà tutto passato, ma spero non dimenticato, perchè continuo a ritenerlo uno dei più originali e portati esponenti del cinema contemporaneo.

" La Via del Samurai è una mania di morte. Talvolta dieci uomini non riescono a sopraffare un uomo da essa invasato. Non si possono compiere imprese egregie con una forma mentis normale. Bisogna diventar fanatici e farsi prendere dalla mania di morte. Quando uno mette a punto facoltà di discernimento è già troppo tardi, a questo punto, per effettuare certe imprese. [...] All'interno di questo atteggiamento fedeltà e pietà filiale verranno, da sè, a risiedere."

 

 

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