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Nonostante
se lo aspettassero, di ritrovarsi di fronte i fantasmi della gioventù, i
volti dei
convenuti mostravano un misto di gioiosa sorpresa e di sincera incredulità,
nel vedersi davanti, tutti insieme, i compagni e compagne di pratica che
non vedevano da dieci, quindici, alcuni anche da vent'anni. E Franco
Biavati, presidente dell'Area discipline orientali della Uisp, si aggirava
soddisfatto tra i tavolacci della cantina scolastica dov'era allestita una
rustica trattoria, ripetendo che si sentiva la Carrà dell'aikido. Poco
dopo, infatti, in una sala dello stesso istituto scolastico si sarebbe
tenuto un evento a dir poco storico: dopo anni di divisioni e
incomprensioni, si sarebbero riuniti alcuni tra i più anziani (in termini
di pratica, ovviamente) aikidoka italiani, quelli che hanno fatto la
storia dell'aikido in Italia.
A
Torino, il 20 maggio 2000, nel mezzo di un week-end dedicato alla
formazione quadri e insegnanti dell'aikido di area Uisp (Unione italiana
sport per tutti) si sono ritrovati dietro uno stesso tavolo a dar vita a
un dibattito che si è fatto via via sempre più animato Giovanni
Filippini, Ferdinando Silvano (Uisp), Renato Visentini (Fesik), Gugliemo
Masetti (Csen), Giovanni Granone e Giorgio Veneri dell'Aikikai d'Italia,
Giorgio Oscari (TAKEMUSU AIKI), Mario Peloni e Giuseppe Ruglioni del
Ki-aikido. In sala,tra il pubblico,molti altri veterani e rappresentanti di associazioni, tra cui Romani, responsabile delle arti marziali dello
Csen. Evento storico, si diceva, ma forse frutto dei tempi: da un po' di
tempo a questa parte siamo testimoni in vari settori del mondo della
marzialistica di tentativi a volte timidi, a volte solo esplorativi, di
superare le vecchie divisioni, di trovare nuove forme di dialogo. Forse ci
si è accorti che la frammentazione a lungo andare non giova alle nostre
discipline e che, a forza di dividersi, ci si ritrova in microrealtà che,
oltretutto, non permettono nemmeno di portare a casa la pagnotta a fine
mese, a chi, a queste arti si dedica a tempo pieno, da professionista. Ma
torniamo a bomba sul nostro tema:Franco Biavati, che oltre a essere il
presidente nazionale dell'Area discipline orientali della U.I.S.P., è
anche un appassionato praticante di karate ed aikido, fungeva da
moderatore e pungolava i suoi ospiti senza lasciare loro tregua: dopo una
breve introduzione in cui si auspicava che la serata potesse avere dei
risvolti anche per lo scambio,il dialogo e la collaborazione tra le
diverse anime dell'aikido,lanciava la prima domanda:
"La storia dell'Aikido in Italia ha inizio nel 1964: come mai si è
diffuso così poco rispetto ad altre discipline o ad altri paesi? E perchè,
pur essendo così pochi, gli aikidoisti si sono divisi così tanto?
"Risponde per primo Filippini che fa ricadere la responsabilità su
coloro che hanno diffuso I'aikido: in alcune regioni questa disciplina ha avuto un'ottima diffusione ,ma sono rare le persone
che,come lui, hanno avuto la possibilità di dedicarsi quasi a tempo pieno
a diverse discipline marziali. Ma la risposta è riduttiva:questo genere
di problema è comune a tutte le discipline, non solo all'aikido. In
seguito. nei corso della serata,Filippini. una figura storica, esperto di
judo, karate e aikido. nonché medico e shiatsuka,introdurrà più avanti
l'interessante tema, tuttavia non raccolto dagli astanti, delle
potenzialità dell'aikido nelle terapie riabilitative,soprattutto per
quanto riguarda gli infartuati. L'aikido avrebbe il potere di trasformare
la noiosa ginnastica di riabilitazione in un gioco. Forte della sua
esperienza persona e di infartuato, Filippini sta cercando di formare un
gruppo di terapisti della riabilitazione che sappiano anche fare aikido,obiettivo
piuttosto chimerico. Biavati incalza sui temi che gli premono: I'aikido ha
uno spettro di possibilità molto ampio perchè può essere praticato in
una gamma di sfumature, che vanno dalla disciplina meditativa all'arte
marziale. Risulta ancora più strano,quindi, che non si sia riuscita ad
imporre a un pubblico più vasto. Il dibattito entra nel vivo: secondo
Visentini il non agonismo dell'aikido è l'aspetto che lo limita ai piccoli
numeri: I'agonismo attira molto di più, soprattutto i giovani, i quali,
dopo qualche mese di altre discipline che presentano sbocchi agonistici,
possono raccogliere già le prime soddisfazioni mentre nella "Via
dell'armonia" le, gratificazioni si fanno attendere molto di più."
Anche Veneri è d'accordo, ma ribatte pure che la bontà di una disciplina
non si valuta dai suoi numeri. Dopo tutto non si tratta di vendere una
"merce" all'etto, come al mercato. C'è anche chi, come Ruglioni,
considera positivo il fatto che l' aikido non sia una disciplina di massa,
ne lo sarà mai, proprio per le sue caratteristiche, e riflette che, per
contro,l'aikido può dare un grande contributo dal punto di vista
educativo.
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Del
resto l'educazione non deve essere per forza indirizzata ai più giovani:
la popolazione italiana invecchia sempre più, e allora, perchè non
cercare di avvicinare gli anziani o i disabili? Per Masetti invece è
questione di mancanza di credibilità: in Italia, in quarant'anni di
storia dell'aikido, sono ormai rappresentate tutte le scuole, forse ancora
più che in altri paesi, ma tra esse non ci sono interscambi. Il problema,
conclude, è che ci si cristallizza in piccole gabbie. Granone non è
d'accordo sul fatto che la qualità non dipenda dalla quantità, perchè
nella quantità c'è sempre, necessariamente anche la qualità e
suggerisce alcune strategie per adattarsi alla realtà della vita moderna,
e aprire, per esempio, i dojo nell'ora delta pausa di pranzo degli uffici.
Del resto, l'aikido attira persone non interessate all'agonismo e le
persone che pur avendo voglia di fare una disciplina, uno
"sport", non sono affatto interessate alle gare, ce ne sono
tante.
Biavati pone poi la questione se I' aikido sia migliorato, oppure no nel
corso degli anni; o per meglio dire, se sono migliorate le persone che lo
praticano. La risposta unanime è stata che sì, sicuramente l' aikido e i
praticanti migliorano,pur non essendoci la possibilità di un
"confronto" diretto come può esserlo il contesto della gara:
essendo l'aikido un "organismo vivente", non può che
svilupparsi sempre più, soprattutto qualitativamente. Un altro punto
interessante toccato nel corso della serata è stato il fenomeno
dell'abbandono dell'attività: fenomeno trasversale, comune a tutte le
discipline marziali, secondo modalità diverse. In molti sport agonistici,
una volta venuta meno l'attività di gara, si perdono anche le motivazioni
a praticare, mentre le arti marziali sono l'unico "sport" in cui
la gente pratica anche per venti o trent'anni; nel calcio, nella
pallavolo, o nel basket quasi nessuno pratica così a lungo, ma anche in
molte arti marziali votate all'agonismo la maggior parte dei giovani,dopo
il periodo delle gare vissute in prima persona, se non passa
all'arbitraggio o all'insegnamento, smette di praticare.
Nell' aikido questo succede soprattutto quando si arriva a cintura nera: a
primo;a secondo, o a terzo dan, e viene ascritto al fatto che dopo aver
raggiunto questi obiettivi, l'unico sbocco possibile è l'insegnamento.
Viene naturale il confronto con l' aikido francese: la Francia conta
almeno trenta mila aikidoisti e la trasformazione da semplici praticanti a
insegnanti una volta arrivati ad alti ,livelli di competenza è
assicurata. L' Italia, conta circa ottomila aikidoka, ma non è possibile
trovare a tutte le cinture nere dei luoghi in cui poter insegnare! Infine
si affronta il tema più scottante: quello delle divisioni e della
frammentazione problema comune alle discipline marziali in particolar modo
nel nostro Paese. Sulla frammentazione in gruppi e scuole tuttavia i
presenti non sembravano turbati più di tanto, ritenendolo anzì un
fattore di arricchimento tecnico; se esistono diverse esigenze tra i
praticanti, ben vengano i diversi modi di proporre e intendere fa stessa
disciplina. Su questo argomento Nino Dellisanti, insegnante di Torino,
propone una visione interessante..con l'intento di unire gli aikidoka
nella diversità: tenere presente le diverse sfaccettature del I'aikido può
aiutare a indirizzare le diverse utenze; se per esempio un allievo cerca
nella disciplina aspetti che un insegnante, per il suo tipo di esperienza
o per le problematiche che sta vivendo in quella fase della sua vita non
è in grado o non vuole dargli, egli Io può tuttavia indirizzare verso
qualche altro insegnante che lo possa soddisfare. Ma certamente questo
atteggiamento presuppone una mentalità apèrta, lontana dall'avidità.
Biavati ricorda che le arti marziali hanno un impatto più profondo di
altre discipline, il che pone il problema di tutelare i cittadini. Le
divisioni, in questo senso,potrebbero non essere sempre tutte
legittime o utili. La divisione, inoltre, dà un'enorme discrezionalità
ai politici, i quali finora, grazie alla frammentazione,hanno fatto i loro
interessi, insieme agli insegnanti; chi non ci ha mai guadagnato sono
sicuramente i praticanti.In conclusione, la serata ha chiarito che l'aikido
è una realtà evolutiva e complessa; si è parlato molto di prospettive e
molto poco, quasi niente, di storia.
È
difficile dire se questo dibattito ha davvero aperto la porta a una
collaborazione tra le diverse realtà di questa disciplina. Soltanto
il tempo testimonierà se le proposte della Uisp, che riportiamo nel
riquadro,apriranno la strada a ulteriori esperimenti di interscambio.
Intanto però, a Torino, la porta appena dischiusa ha lasciato entrare un
po' d'aria fresca che farebbe bene a tanti, dojo, in cui si respira aria
viziata, per non dire stantia.
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LE
PROPOSTE
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La
conferenza sull'aikido, organizzata a Torino dall' Area Discipline
Orientali della Uisp, in occasione di un appuntamento di
formazione di "Scuola Quadri" , ha avuto vari aspetti.
Il primo umano: abbiamo "raccolto" quasi tutti i maestri
italiani di aikido viventi, artefici della genesi dell'aikido in Italia,
molti dei quali, oggi, rappresentano o dirigono importanti
organizzazioni di aikido in Italia: dall'Aikikai alla Uisp allo
Csen, al gruppo dell'iwama-ryu... il secondo aspetto interessante
riguardava la disponibilatà con la quale tutti hanno raccolto
l'invito e quindi la palpabile volontà di dare, ancora una volta
un contributo per lo sviluppo di questa disciplina. Questo fa parte
dei tanti tentativi, che in questi anni, abbiamo e stiamo facendo,
per invertire "l'imbarbarimento" e la
banalizzazione delle arti marziali nel nostro paese. Ci abbiamo
provato con la convenzione enti/Filpjk, con il coordinamento degli
enti delle arti marziali, e poi con iniziative nei vari settori.In
tutta sincerità, devo dire che abbiamo portato a casa ben poco,
quasi tutti fallimenti. Allo stato attuale sembra proprio che il
processo di dequalificazione, disgregazione, mercificazione,
depauperamento delle arti marziali sia inarrestabile, e questo al
di là delle dichiarazioni ufficiali e ufficiose di maestri e
dirigenti. Siamo tutti falsi? Incapaci? Si, un pò. Riguardo ai
limiti, mi ci metto per primo, ma non va sottovalutato un processo
generale che ci fa essere su un piano inclinato e trascina tutto
verso il basso; ma ora non voglio aprire una riflessione lunga e
complessa su questo tema, pur centrale. La politica, quella
buona(oggi occorre sempre precisare), obbliga ad essere indefessi
nel ritentare, sempre e comunque, nonostante le difficoltà e le
sconfitte. Quella sera, siamo ripartiti dall'aikido per cercare
alleanze, forze disposte a lavorare per un progetto che abbia
alcuni obbiettivi fondamentali:
-Creare
un circuito di stage fruibile da tutti i praticanti di aikido,
ognuno con la propria tessera di appartenenza (darne informazione,
aprirli e a parità di quote di partecipazione), per
creare momenti di confronto, di conoscenza,di associazione....
-Arrivare
a stilare, tra organizzazioni di aikido, un patto che ci impegni a
promuovere un aikido di qualità ( normativa comune sui gradi,
criteri di qualificazione degli insegnanti ecc.). Se ci sarà una
risposta definitiva, il prossimo appuntamento sarà per l'autunno,
per un incontro politico tecnico con dirigenti e le commissioni
tecniche nazionali, per un confronto su questi punti e per
iniziare, altresì, un confronto sulla didattica.
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