Storia e prospettive

dell'aikido in Italia

pubblicato su Arti d'Oriente

 luglio/agosto 2000

A Torino  una conferenza ha riunito i più anziani

e autorevoli aikidoka italiani, rappresentanti di

diverse organizzazioni, UISP - AIKIKAI d' ITALIA

CSEN - FESIK- KI-AIKIDO-MUSO-AIKIDO per

parlare del  passato, ma soprattutto del futuro

di Monica A.Rossi 

Nonostante se lo aspettassero, di ritrovarsi di fronte i fantasmi della gioventù, i volti dei  convenuti mostravano un misto di gioiosa sorpresa e di sincera incredulità, nel vedersi davanti, tutti insieme, i compagni e compagne di pratica che non vedevano da dieci, quindici, alcuni anche da vent'anni. E Franco Biavati, presidente dell'Area discipline orientali della Uisp, si aggirava soddisfatto tra i tavolacci della cantina scolastica dov'era allestita una rustica trattoria, ripetendo che si sentiva la Carrà dell'aikido. Poco dopo, infatti, in una sala dello stesso istituto scolastico si sarebbe tenuto un evento a dir poco storico: dopo anni di divisioni e incomprensioni, si sarebbero riuniti alcuni tra i più anziani (in termini di pratica, ovviamente) aikidoka italiani, quelli che hanno fatto la storia dell'aikido in Italia.

A Torino, il 20 maggio 2000, nel mezzo di un week-end dedicato alla formazione quadri e insegnanti dell'aikido di area Uisp (Unione italiana sport per tutti) si sono ritrovati dietro uno stesso tavolo a dar vita a un dibattito che si è fatto via via sempre più animato Giovanni Filippini, Ferdinando Silvano (Uisp), Renato Visentini (Fesik), Gugliemo Masetti (Csen), Giovanni Granone e Giorgio Veneri dell'Aikikai d'Italia, Giorgio Oscari (TAKEMUSU AIKI), Mario Peloni e Giuseppe Ruglioni del Ki-aikido. In sala,tra il pubblico,molti altri veterani e rappresentanti di associazioni, tra cui Romani, responsabile delle arti marziali dello Csen. Evento storico, si diceva, ma forse frutto dei tempi: da un po' di tempo a questa parte siamo testimoni in vari settori del mondo della marzialistica di tentativi a volte timidi, a volte solo esplorativi, di superare le vecchie divisioni, di trovare nuove forme di dialogo. Forse ci si è accorti che la frammentazione a lungo andare non giova alle nostre discipline e che, a forza di dividersi, ci si ritrova in microrealtà che, oltretutto, non permettono nemmeno di portare a casa la pagnotta a fine mese, a chi, a queste arti si dedica a tempo pieno, da professionista. Ma torniamo a bomba sul nostro tema:Franco Biavati, che oltre a essere il presidente nazionale dell'Area discipline orientali della U.I.S.P., è anche un appassionato praticante di karate ed aikido, fungeva da moderatore e pungolava i suoi ospiti senza lasciare loro tregua: dopo una breve introduzione in cui si auspicava che la serata potesse avere dei risvolti anche per lo scambio,il dialogo e la collaborazione tra le diverse anime dell'aikido,lanciava la prima domanda: 

"La storia dell'Aikido in Italia ha inizio nel 1964: come mai si è diffuso così poco rispetto ad altre discipline o ad altri paesi? E perchè, pur essendo così pochi, gli aikidoisti si sono divisi così tanto? "Risponde per primo Filippini che fa ricadere la responsabilità su coloro che hanno diffuso I'aikido: in alcune regioni questa disciplina ha avuto un'ottima diffusione ,ma sono rare le persone che,come lui, hanno avuto la possibilità di dedicarsi quasi a tempo pieno a diverse discipline marziali. Ma la risposta è riduttiva:questo genere di problema è comune a tutte le discipline, non solo all'aikido. In seguito. nei corso della serata,Filippini. una figura storica, esperto di judo, karate e aikido. nonché medico e shiatsuka,introdurrà più avanti l'interessante tema, tuttavia non raccolto dagli astanti, delle potenzialità dell'aikido nelle terapie riabilitative,soprattutto per quanto riguarda gli infartuati. L'aikido avrebbe il potere di trasformare la noiosa ginnastica di riabilitazione in un gioco. Forte della sua esperienza persona e di infartuato, Filippini sta cercando di formare un gruppo di terapisti della riabilitazione che sappiano anche fare aikido,obiettivo piuttosto chimerico. Biavati incalza sui temi che gli premono: I'aikido ha uno spettro di possibilità molto ampio perchè può essere praticato in una gamma di sfumature, che vanno dalla disciplina meditativa all'arte marziale. Risulta ancora più strano,quindi, che non si sia riuscita ad imporre a un pubblico più vasto. Il dibattito entra nel vivo: secondo Visentini il non agonismo dell'aikido è l'aspetto che lo limita ai piccoli numeri: I'agonismo attira molto di più, soprattutto i giovani, i quali, dopo qualche mese di altre discipline che presentano sbocchi agonistici, possono raccogliere già le prime soddisfazioni mentre nella "Via dell'armonia" le, gratificazioni si fanno attendere molto di più." Anche Veneri è d'accordo, ma ribatte pure che la bontà di una disciplina non si valuta dai suoi numeri. Dopo tutto non si tratta di vendere una "merce" all'etto, come al mercato. C'è anche chi, come Ruglioni, considera positivo il fatto che l' aikido non sia una disciplina di massa, ne lo sarà mai, proprio per le sue caratteristiche, e riflette che, per contro,l'aikido può dare un grande contributo dal punto di vista educativo.

Del resto l'educazione non deve essere per forza indirizzata ai più giovani: la popolazione italiana invecchia sempre più, e allora, perchè non cercare di avvicinare gli anziani o i disabili? Per Masetti invece è questione di mancanza di credibilità: in Italia, in quarant'anni di storia dell'aikido, sono ormai rappresentate tutte le scuole, forse ancora più che in altri paesi, ma tra esse non ci sono interscambi. Il problema, conclude, è che ci si cristallizza in piccole gabbie. Granone non è d'accordo sul fatto che la qualità non dipenda dalla quantità, perchè nella quantità c'è sempre, necessariamente anche la qualità e suggerisce alcune strategie per adattarsi alla realtà della vita moderna, e aprire, per esempio, i dojo nell'ora delta pausa di pranzo degli uffici. Del resto, l'aikido attira persone non interessate all'agonismo e le persone che pur avendo voglia di fare una disciplina, uno "sport", non sono affatto interessate alle gare, ce ne sono tante. Biavati pone poi la questione se I' aikido sia migliorato, oppure no nel corso degli anni; o per meglio dire, se sono migliorate le persone che lo praticano. La risposta unanime è stata che sì, sicuramente l' aikido e i praticanti migliorano,pur non essendoci la possibilità di un "confronto" diretto come può esserlo il contesto della gara: essendo l'aikido un "organismo vivente", non può che svilupparsi sempre più, soprattutto qualitativamente. Un altro punto interessante toccato nel corso della serata è stato il fenomeno dell'abbandono dell'attività: fenomeno trasversale, comune a tutte le discipline marziali, secondo modalità diverse. In molti sport agonistici, una volta venuta meno l'attività di gara, si perdono anche le motivazioni a praticare, mentre le arti marziali sono l'unico "sport" in cui la gente pratica anche per venti o trent'anni; nel calcio, nella pallavolo, o nel basket quasi nessuno pratica così a lungo, ma anche in molte arti marziali votate all'agonismo la maggior parte dei giovani,dopo il periodo delle gare vissute in prima persona, se non passa all'arbitraggio o all'insegnamento, smette di praticare. Nell' aikido questo succede soprattutto quando si arriva a cintura nera: a primo;a secondo, o a terzo dan, e viene ascritto al fatto che dopo aver raggiunto questi obiettivi, l'unico sbocco possibile è l'insegnamento. Viene naturale il confronto con l' aikido francese: la Francia conta almeno trenta mila aikidoisti e la trasformazione da semplici praticanti a insegnanti una volta arrivati ad alti ,livelli di competenza è assicurata. L' Italia, conta circa ottomila aikidoka, ma non è possibile trovare a tutte le cinture nere dei luoghi in cui poter insegnare! Infine si affronta il tema più scottante: quello delle divisioni e della frammentazione problema comune alle discipline marziali in particolar modo nel nostro Paese. Sulla frammentazione in gruppi e scuole tuttavia i presenti non sembravano turbati più di tanto, ritenendolo anzì un fattore di arricchimento tecnico; se esistono diverse esigenze tra i praticanti, ben vengano i diversi modi di proporre e intendere fa stessa disciplina. Su questo argomento Nino Dellisanti, insegnante di Torino, propone una visione interessante..con l'intento di unire gli aikidoka nella diversità: tenere presente le diverse sfaccettature del I'aikido può aiutare a indirizzare le diverse utenze; se per esempio un allievo cerca nella disciplina aspetti che un insegnante, per il suo tipo di esperienza o per le problematiche che sta vivendo in quella fase della sua vita non è in grado o non vuole dargli, egli Io può tuttavia indirizzare verso qualche altro insegnante che lo possa soddisfare. Ma certamente questo atteggiamento presuppone una mentalità apèrta, lontana dall'avidità.

Biavati ricorda che le arti marziali hanno un impatto più profondo di altre discipline, il che pone il problema di tutelare i cittadini. Le divisioni, in questo senso,potrebbero non essere  sempre tutte legittime o utili. La divisione, inoltre, dà un'enorme discrezionalità ai politici, i quali finora, grazie alla frammentazione,hanno fatto i loro interessi, insieme agli insegnanti; chi non ci ha mai guadagnato sono sicuramente i praticanti.In conclusione, la serata ha chiarito che l'aikido è una realtà evolutiva e complessa; si è parlato molto di prospettive e molto poco, quasi niente, di storia.

È difficile dire se questo dibattito ha davvero aperto la porta a una collaborazione tra le diverse realtà di questa disciplina. Soltanto il tempo testimonierà se le proposte della Uisp, che riportiamo nel riquadro,apriranno la strada a ulteriori esperimenti di interscambio. Intanto però, a Torino, la porta appena dischiusa ha lasciato entrare un po' d'aria fresca che farebbe bene a tanti, dojo, in cui si respira aria viziata, per non dire stantia.

 

 

LE PROPOSTE

 

La conferenza sull'aikido, organizzata a Torino dall' Area Discipline Orientali della Uisp, in occasione di un appuntamento di formazione di "Scuola Quadri" , ha avuto vari aspetti. Il primo umano: abbiamo "raccolto" quasi tutti i maestri italiani di aikido viventi, artefici della genesi dell'aikido in Italia, molti dei quali, oggi, rappresentano o dirigono importanti organizzazioni di aikido in Italia: dall'Aikikai alla Uisp allo Csen, al gruppo dell'iwama-ryu... il secondo aspetto interessante riguardava la disponibilatà con la quale tutti hanno raccolto l'invito e quindi la palpabile volontà di dare, ancora una volta un contributo per lo sviluppo di questa disciplina. Questo fa parte dei tanti tentativi, che in questi anni, abbiamo e stiamo facendo, per invertire "l'imbarbarimento" e la banalizzazione delle arti marziali nel nostro paese. Ci abbiamo provato con la convenzione enti/Filpjk, con il coordinamento degli enti delle arti marziali, e poi con iniziative nei vari settori.In tutta sincerità, devo dire che abbiamo portato a casa ben poco, quasi tutti fallimenti. Allo stato attuale sembra proprio che il processo di dequalificazione, disgregazione, mercificazione, depauperamento delle arti marziali sia inarrestabile, e questo al di là delle dichiarazioni ufficiali e ufficiose di maestri e dirigenti. Siamo tutti falsi? Incapaci? Si, un pò. Riguardo ai limiti, mi ci metto per primo, ma non va sottovalutato un processo generale che ci fa essere su un piano inclinato e trascina tutto verso il basso; ma ora non voglio aprire una riflessione lunga e complessa su questo tema, pur centrale. La politica, quella buona(oggi occorre sempre precisare), obbliga ad essere indefessi nel ritentare, sempre e comunque, nonostante le difficoltà e le sconfitte. Quella sera, siamo ripartiti dall'aikido per cercare alleanze, forze disposte a lavorare per un progetto che abbia alcuni obbiettivi fondamentali:

-Creare un circuito di stage fruibile da tutti i praticanti di aikido, ognuno con la propria tessera di appartenenza (darne informazione, aprirli e a parità di quote di partecipazione), per creare momenti di confronto, di conoscenza,di associazione....

-Arrivare a stilare, tra organizzazioni di aikido, un patto che ci impegni a promuovere un aikido di qualità ( normativa comune sui gradi, criteri di qualificazione degli insegnanti ecc.). Se ci sarà una risposta definitiva, il prossimo appuntamento sarà per l'autunno, per un incontro politico tecnico con dirigenti e le commissioni tecniche nazionali, per un confronto su questi punti e per iniziare, altresì, un confronto sulla didattica.   

 

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