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L'AIKIDO,
quale forma di Budo, è la derivazione delle antiche arti marziali
giapponesi. Frutto dell'illuminazione di Morihei Ueshiba, può
essere considerato una forma di meditazione dinamica. Il suo fine
ultimo è l'Illuminazione, nel senso buddista del termine, ed il
suo cammino passa attraverso un'educazione alle relazioni con gli
altri. Tecnicamente può essere distinta dalle altre arti marziali
per i suoi movimenti essenzialmente rotondi, per il suo studio
approfondito dell'energia interna e per la mancanza assoluta di
competizioni.Per volontà esplicita del suo fondatore, l'Aikido
non doveva essere ritualizzato in sterili forme, ma avrebbe dovuto
vivere al passo coi tempi, adattandosi di volta in volta
alla varietà delle situazioni, esprimendo in ogni caso i suoi
principi ma modellandosi contingentemente come “l'acqua al suo
contenitore”. Buona idea, ma ora il problema era insegnarlo!
Insegnarlo, cioè, ad un popolo come il giapponese, in cui la
ritualizzazione e la copia fedele sono le basi dell'
apprendimento. Allora il gran maestro, O Sensei, provò un metodo
del tutto nuovo, rivoluzionario, potremmo dire. Egli non avrebbe
insegnato alcuna tecnica precisa, nessun kata statico, ma,
semplicemente, avrebbe insegnato solo i principi, lasciando
un'immensa libertà alle forme. Tutto ciò che i suoi allievi
avrebbero imparato il giorno prima, non sarebbe stato più valido
quello dopo, e così via, finché una sola cosa sarebbe rimasta:
il principio comune a tutte le tecniche, lo Spirito dell'Aiki,
Aiki O Kami.
L'Aikido
si divide
In
questo modo, Morihei Ueshiba, riuscì a fare dell'Aikido
un'arte, in cui ogni praticante si sarebbe modellato attraverso i
principi ed espresso attraverso le forme. Sembrava un'idea
grandiosa, ma i problemi sorsero al momento della sua morte . Ogni
suo allievo possedeva un Aikido differente , e, sebbene la cultura
giapponese preveda in merito un unico successore, generalmente un
discendente del fondatore, Kisshomaru Ueshiba, suo figlio, non fu
accolto all'unanimità quale guida tecnica e spirituale dell'
Aikido mondiale. Ogni maestro aveva dato maggiore rilevanza agli
aspetti dell'insegnamento di O Sensei che più lo avevano colpito,
e, pur avendo avuto lo stesso maestro, i loro metodi erano
talvolta in antitesi.Ognuno di loro, aveva cercato un metodo
didattico più immediato e sistematico, congeniale, forse, al loro
modo di essere, in modo da ridurre i tempi di apprendimento e
semplificare la vita a loro stessi ed ai loro allievi. Si arrivò
dunque all'immancabile scissione da cui derivarono le diverse
scuole di Aikido che oggi si fanno battaglia, accusandosi l'un
l'altra di aver tradito gli insegnamenti del fondatore e di
professare, così, un Aikido “eretico”. In
realtà un Aikido “vero” non esiste. Ogni uchideshi (allievo
interno al dojo) di Morihei ha ragione a rivendicare la veridicità
delle sue parole, perché le ha EFFETTIVAMENTE sentite da Lui; il
problema è che non diceva solo quelle. Bisognerebbe mettere
insieme gli insegnamenti di ognuno di loro per farci una vaga idea
dell'Aikido del Fondatore, e comunque non riusciremmo a
comprenderlo perfettamente poiché per SUA volontà l' Aikido muta
col passare del tempo, adattandosi all' esperienza del singolo ed
alle necessità della comunità.
Il
maestro “Bocca della Montagna”
Seigo
Yamaguchi (in giapponese “bocca della montagna”) combatté
nella Seconda Guerra Mondiale che era solo un ragazzo. Insieme ad
altri come lui, la sua missione era quella di pilotare alcuni
piccoli sottomarini per utilizzarli come siluri, era cioè un
Kamikaze della marina giapponese. Morire per la propria patria è,
nella cultura nipponica, un gesto da eroi, che consacra il tuo
nome nella Storia della Nazione. Anche se hai poco più di 20
anni. Anche se nei tuoi sogni c'è una vita felice con la tua
donna e con tuo figlio sulle gambe che gioca con la tua barba. No.
Non ti è più concesso sognare. Quando sei un “Vento Divino”
non sei più un essere umano. Sei un'arma. Sei proprietà dell'
esercito e dalla vita puoi aspettarti solo l'ultima chiamata,
quella che farà di te un “Eroe”. Ma,scherzo del destino,
quella chiamata per Seigo non arrivò mai. Poco prima che
arrivasse il suo turno, il Giappone firmò il trattato e si
arrese. Ormai rassegnato alla propria morte, però, Seigo aveva
perso la capacità di sperare e non riusciva più a sognare
guardando quella Nazione a cui, in cuor suo, aveva già regalato
la propria vita. Decise dunque di partire, per imparare, di nuovo,
ad aver fiducia nel futuro. Divenne funzionario del governo e la
sua destinazione fu l'Europa. Poco prima di partire, un suo
carissimo amico, futuro fondatore della macrobiotica, gli consigliò
di imparare un' arte tradizionale giapponese da portare sempre con
sé, come una parte del proprio popolo. Fu così che Seigo
Yamaguchi, come da prassi, si procurò due lettere di
raccomandazione e si fece presentare a Morihei Ueshiba, fondatore
dell' Aikido.Fu
il Destino a decidere quell' incontro. Seigo, affascinato da
quella persona così particolare, rinunciò all' impiego
governativo e,quindi alla partenza, e divenne uchideshi di O
Sensei. Egli sarebbe ben presto diventato la punta di diamante
dell' Hombu Dojo ( palestra centrale), ricevendo così l'
appellativo di “Genio dell' Aikido”. La
sua immensa cultura ed il suo personalissimo stile, basato sulla
ricerca della perfezione dell' essere, hanno influenzato parecchi
degli attuali Shihan, ed i suoi insegnamenti si perpetuano
attraverso Maestri del calibro di Christian Tissier e Philippe
Gouttard, che, da anni,diffondono la sua scuola in tutta Europa.
La
scuola del “ Genio”
Il
nostro Aikido è diviso per livelli. Se ne possono contare tre,
per l'esattezza. Essi si succedono per difficoltà crescente, ma
sono ugualmente importanti. Ciò significa che bisogna
padroneggiare il precedente per studiare il successivo, ma perché
un allenamento sia completo è necessario praticare tutti i
livelli raggiunti. Ad un'analisi poco approfondita, i tre livelli
si distinguono per proporzione di movimento tra Tori ed Uke
durante una tecnica e, più precisamente, potremmo affermare che
al primo livello, il più basso, tori esegue la totalità del
movimento, mentre uke è praticamente fermo; al secondo, la
quantità di movimento è ripartita in maniera equivalente, in
modo che tori ed uke si muovano insieme, eseguendo il 50%
dell'azione per uno; il terzo livello è molto difficile da
raggiungere, ed una vita non è abbastanza per studiarlo del
tutto, qui tori non si muove quasi, riuscendo, con piccoli
spostamenti del corpo, a controllare uke, che invece esegue la
quasi totalità del movimento durante una tecnica. Ma osservandoli
più specificamente, ci rendiamo conto che i tre livelli hanno in
effetti scopi differenti, e sono nell' insieme indispensabili
alla formazione di un completo Aikidoka
Il
primo livello: sentire il corpo
Come
precedentemente affermato, il primo livello si caratterizza
immediatamente per una mancanza pressoché totale di movimento da
parte di uke,colui che riceve la tecnica. Esso rappresenta lo
studio della base. Qui il nostro avversario è il nostro stesso
corpo che, attraversando questo stadio della pratica, sarà
forgiato ai movimenti dell'Aikido. Il nostro compagno eviterà di
metterci in difficoltà, consentendoci, così, di studiare il
movimento di base più corretto ed adatto alla situazione
proposta. Le tecniche vengono studiate con estremo rigore e
particolare enfasi viene posta sul principio degli ALLINEAMENTI. Esso
riguarda essenzialmente la corretta postura, con il busto e la
testa allineati sulla spina dorsale e le braccia e le gambe mosse
in maniera coordinata, in modo che le mani, i gomiti e le spalle,
si trovino posizionati in proiezione ortogonale rispettivamente
sui piedi, sulle ginocchia e sulle anche. La posizione, inoltre
deve conferire al corpo un'attitudine aperta e distesa intorno ad
un centro immaginario posizionato tra i fianchi ( TANDEN). Esso
corrisponde, praticamente, al nostro centro di gravità fisico e
controllarlo equivale a controllare l'intero sistema d'equilibrio
del nostro corpo.Se
pensiamo che nelle arti marziali tutto, dal pugno alle tecniche più
complesse, è basato su sottili giochi di equilibrio, possiamo
renderci conto del vantaggio che può costituire il controllo dei
TANDEN. Perché
l'assetto sia corretto e perché sia possibile sfruttare il 100%
della nostra forza, è indispensabile che durante la pratica il
nostro corpo resti eretto ed allineato. Ciò è reso possibile da
potenti movimenti di anche, supportate da ginocchia molto
flessibili, che andranno ad ammortizzare i continui affondi e
rotazioni Siccome l'Aikido prevede attacchi da più direzioni e senza limitazioni di
bersagli, non viene utilizzata una guardia specifica come nel
pugilato o nel karate, ma una posizione aperta che ci consenta di
visualizzare chiaramente ed accettare piuttosto che rifiutare gli
attacchi dei nostri uke. Uno sguardo profondo, attento ai
movimenti del nostro compagno, sebbene non rapito da essi, sarà
la nostra sola guardia, ed un'attenzione continua ci proteggerà
su ogni lato.
Il
secondo livello: aprire la mente
Il
primo livello è specificatamente riservato all' apprendimento dei
movimenti e delle posizioni di base. Ma per evitare di trasformare
l'Aikido in una ginnastica è necessario non perdere il contatto
con la realtà. E nella realtà il nostro avversario si muove. Così
la caratteristica del secondo livello è che il nostro uke ci
attacca in movimento durante tutta la tecnica, senza mai
rassegnarsi alla sconfitta ma, al contrario, provando in ogni
istante a ribaltare la situazione.Due principi regolano le
relazioni fra i praticanti, il primo, YOKU SOKU KEIKO, allenarsi
con una promessa, ci obbliga alla scelta di un tema di allenamento
in cui muoverci. SHOMENUCHI, per esempio, è la promessa del
nostro uke, IKKYO è la nostra promessa verso di lui. Ciò ci
impedirà, nel ruolo di uke, di fintare uno shomen e poi attaccare
con un calcio,per esempio,e, nel ruolo di tori, di nascondere i
nostri errori dietro più o meno improvvisate “variazioni”.Il
secondo principio è quello di INTEGRITA'. Esso ha diversi
risvolti nella
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pratica quotidiana. Per integrità, innanzitutto,
s'intende integrità fisica di ogni praticante, sia nel ruolo di
tori che di uke. Ogni insegnante dovrebbe mostrare delle tecniche
che preservino l'integrità fisica di tori anche a lunga scadenza,
ed ogni tori dovrebbe garantire l'integrità costante del proprio
uke.Torsioni agli arti e sforzi con le vertebre non piacciono
molto al nostro fisico e gli piaceranno ancora meno in età
avanzata.In seconda battuta, quando parliamo di Integrità, ci
riferiamo anche all' integrità morale dei nostri compagni ,
specialmente i meno graduati, che molto spesso avrebbero bisogno
di meno botte e più spiegazioni. Il nostro uke non c'entra
affatto coi nostri problemi. Non dobbiamo batterci con lui, ma col
suo aiuto dobbiamo affrontare noi stessi.In
questo stadio dell' apprendimento, il secondo livello, importanza
fondamentale la rivestono tutte le relazioni possibili che
intercorrono tra noi ed il nostro compagno. Il continuo adattarsi
alle posizioni dell'altro, relativamente alla distanza ed alla
scelta di tempo ci riportano alla mente le parole del
Fondatore:” La difficoltà dell' Aikido sta nello studio delle
leggi dell' Universo”. Ed il nostro Universo si fonda sulle
relazioni in base allo Spazio, la distanza mutevole tre tori ed
uke, e Tempo, il timing delle tecniche. Ecco che entra in gioco
l'armonia, AI, intesa come adattabilità alle varie situazioni di
attacco e di difesa che di volta in volta si presentano, ma anche
alle svariate situazioni ambientali. Spazio e Tempo, infatti, hanno
significato non solo sul piano relazionale tra le persone, ma anche
nelle relazioni con l'ambiente circostante. La gestione dello spazio
intorno a noi, in modo da riuscire a completare una tecnica sia in un
tatami semivuoto che al centro di una calca durante uno stage, è un
altro esempio di adattabilità.Spesso i grandi maestri consigliano di
non limitare la pratica solo al dojo, ma di allenarsi all'aperto, dove
il terreno non è uniforme e lo spazio non è regolare, in modo da
affinare la nostra percezione dell'ambiente circostante. Riuscire a
praticare seriamente anche quando dentro di noi non è il momento
adatto, significa adattarsi al nostro tempo interno. Nella nostra scuola
si insegna a non retrocedere mai. Questo significa che ad ogni azione
del nostro partner ne consegue un nostro adattamento o, non potendo
tornare indietro, la nostra resa. Un colpo solo, come falchi al
catturare di una preda. Dovendo fare una similitudine, sceglierei
senz'altro l'acqua piuttosto che la roccia, per descrivere il concetto
di forza in Aikido. Dal punto di vista tecnico, il secondo livello è
caratterizzato da un costante apertura fisica, simbolo di una ben più
difficile apertura mentale verso il nostro compagno. Lo
studio parte innanzitutto dal TAI ATARI, l'incontro dei corpi.
Perché una tecnica di Aikido possa nascere è indispensabile
entrare nella sfera di azione del nostro uke per prenderne il
centro. Più ci avviciniamo alla sfera di intimità del nostro
compagno, più aumentano le resistenze da abbattere. Le braccia,
specialmente, spesso rigidamente distese, rappresentano una
molteplice barriera fra noi e l'altro, poiché, quasi a
respingerlo, non ci consentono la chiusura della distanza. Dobbiamo,
quindi, progressivamente vincere la resistenza del polso (KOTE
GAESHI), poi quella del gomito (SHIHONAGE), e infine quella delle
spalle (IRIMINAGE) per ottenere il TAI ATARI completo. Una
volta raggiunta la posizione più vantaggiosa durante una tecnica,
è necessario creare un asse di rotazione, o comunque di
movimento, che faccia da perno alla nostra azione di squilibrio,
che , in questo modo, verrà a trovarsi quanto più possibile su
una linea verticale piuttosto che orizzontale. La tecnica che ne
deriva, è diretta secondo le linee dell' attrazione
gravitazionale e, cioè, perpendicolarmente al suolo. Questo ci
permetterà di conservare un assetto stabile, come studiato al
primo livello, restando allineati all'interno della nostra base
d'appoggio. È necessario, d'altra parte, che ogni tecnica di
Aikido venga eseguita nel massimo rilassamento, pur mantenendo le
sue caratteristiche di efficacia. Questo sarà possibile
servendosi dello squilibrio causato al nostro uke dal nostro
lavoro di disallineamento all'interno della sua postura. DOVE ci
troviamo è importante al pari di COSA facciamo. L'adattamento agli
altri al fine di creare una relazione è certamente l'insegnamento
più profondo del secondo livello.
Il
terzo livello: liberare lo spirito
In
Oriente, quando si inizia l'apprendimento della via del te, per i
primi 10 anni almeno si è ancora principianti: la Vera Abilità, in
cinese Kung Fu, è ancora lontana. 10 anni dopo, l'apprendista ha
incamerato tutte le nozioni tecniche relative alla sua via, ora conosce
tutti i segreti perché il suo te sia gustoso e raffinato, caldo al
punto giusto, preparato nella maniera corretta, con una perfetta
etichetta. Eppure manca ancora qualcosa, la Vera Abilità non si è
ancora mostrata. Devono passare molti anni perché l'aroma del suo te
sia del tutto personale, con un gusto unico, che ha il sapore di colui
che l'ha preparato. A questo punto, un vero intenditore può riconoscere
la mano del SADO, soltanto assaggiando un sorso di te, ma non solo, il
suo retrogusto rivela finanche i pensieri e gli stati d'animo del
praticante: ora la tecnica è stata superata ed i suoi gesti non sono
più il risultato di un'educazione e di un addestramento rigorosi, ma
espressioni inevitabili dell'intima essenza del SADO. Ora si può
scorgere la Vera Abilità, ora c'è KUNG FU. Questo
discorso è tranquillamente applicabile ad ogni forma d'arte,
orientale o occidentale che sia, e descrive chiaramente le tappe
obbligate del percorso dell'artista. Imparare le basi, esercitarsi
sulle tecniche, esprimersi attraverso le forme, è un assioma
valido per la pittura, come per lo SHIATSU, per la poesia come per
gli origami e così anche nelle arti marziali. E quindi nell'
Aikido. Questo è il terzo livello, il superamento della tecnica stessa.
I
movimenti che prima erano minuziosamente curati in ogni dettaglio,
fino a rendere la tecnica lunga e faticosa, ora si ripuliscono,
lasciando spazio alla creatività del maestro. Si dice che lo
scultore non crei le sue opere, ma semplicemente le aiuti a venire
fuori dalla pietra ripulendole dal materiale soverchio. Ciò è
valido anche nelle arti marziali. Il vero Budo è in realtà una
spoliazione e non un arricchimento. Così come è necessario
spogliare la tecnica di tutti i movimenti superflui perché possa
essere perfetta nella sua semplicità, allo stesso modo bisogna
spogliare l'essere dall'EGO, maschera di preconcetti che lo
avviluppa, per poterci aprire totalmente alla realtà, vivendo
sinceramente ciò che siamo ed abbracciando in ogni attimo il
nostro destino d' impermanenza. Tecnicamente,
il praticante che ha raggiunto il terzo livello, ormai Maestro,
possiede un Aikido molto personale. Ogni movimento, generalmente
molto breve e naturale, sebbene oltremodo efficace, rappresenta
chiaramente il suo modo di essere, fino a diventare un linguaggio
del corpo, attraverso il quale l'anima stessa trova la sua
espressione. Nella
nostra scuola, al terzo livello corrisponde una sintesi perfetta
del lavoro a mani nude con quello con le armi. Le tecniche di base
di spada e di bastone, fanno riferimento alla scuola di kenjutsu
di KASHIMA SHINTO, le cui posizioni ed i cui movimenti circolari
appaiono particolarmente affini a quelli dell' Aikido. I TE SABAKI,
movimenti delle braccia, sono per lo più verticali, e si
accomunano in ogni posizione ad un taglio col Ken. SHOMENUCHI,
colpo
diretto al centro della fronte, e KESA GIRI, taglio diagonale da
una spalla al fianco opposto, sono i colpi di riferimento di base
da ricercare in ogni immobilizzazione e in ogni proiezione,
replicando, nel taijutsu, la stessa attitudine dell'addestramento
alle armi. Il
continuo alternarsi di aperture e chiusure di anca, trovano forza
nello SHIN KOKKYU, respirazione dell' anima, di cui ricalcano
fedelmente i movimenti. Ogni tecnica viene eseguita in un'unica
espirazione, conferendo così, scioltezza e continuità al
movimento. Un
KOHAN dello ZEN dice “ Quando incontri il tuo Buddha,
uccidilo!”. In sintesi credo che risolvere questo “enigma
dello spirito” in Aikido voglia dire aver raggiunto il Terzo
Livello.
Il
lavoro di uke
Al
tempo di O Sensei, quando si entrava all'Hombu Dojo, per un
periodo di alcuni mesi non era consentito provare le tecniche.
Subirle era il solo allenamento. Nonostante ciò, però, le cadute
non venivano insegnate, sicchè ognuno sviluppava un modo più o
meno corretto, di ricevere le proiezioni e rialzarsi grossomodo
indenne. Non esisteva dunque uno studio sistematico del lavoro di
uke, ma veniva lasciato all'improvvisazione dei praticanti sulla
base delle loro esperienze e dei loro errori.Sono
fermamente convinto che le tecniche di Aikido siano tecniche
mortali. Portata con la massima energia, anche una sola tecnica può
bastare per uccidere un uomo. È uno dei motivi che rendono
impossibile la pratica di gare e combattimenti. Come fare, dunque
, per praticare sinceramente e con la massima efficacia,
salvaguardando allo stesso tempo, l'integrità dei nostri
compagni? UKE è colui che riceve una tecnica. Il suo costante
allenamento lo mette in condizione di cadere e rialzarsi indenne
anche dopo aver subito delle tecniche piuttosto energiche e più
la sua preparazione sarà profonda, maggiori sarà l'efficacia
delle nostre tecniche.
Se
uke è colui che riceve, nell' istante in cui il mio compagno mi attacca
è lui ad eseguire il movimento, mentre sono io a riceverlo, sono io uke.
Ma per definizione, il terzo livello si ottiene quando il movimento di chi
si difende tende ad annullarsi, sfruttando al cento per cento l'energia
dell'attacco, assorbendola e dirigendola a nostro vantaggio. In una simile
condizione, in cui di fronte ad un'aggressione non eseguo nessun movimento
in maniera attiva, limitandomi solo a ricevere in maniera intelligente, io
resto nella condizione di UKE. Al massimo livello,dunque tori ed uke si
confondono, compenetrandosi vicendevolmente, in un'alternanza di ruoli non
bene identificabili ; è questa la vera importanza di uke: imparare a
ricevere attivamente!
Fabio
Branno
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