JISEI BUDO

Un concreto aiuto alla comprensione 

delle arti marziali

"...ma è soprattutto la spada classica (ken jutsu e iai jutsu) a fornire elementi di riflessione sul modo di praticare, su come costruire un sistema che permetta una reale crescita nel tempo con un metodo trasmissibile a tutti..."

di Paolo Magagnato   

Il Jisei Budo è il risultato delle ricerche sulle arti marziali del M° Kenji Tokitsu. Il significato Ietterale del termine è «migliorare e formare se stessi attraverso la via delle arti marziali».
Si tratta di un moderno metodo di progressione ideato dal M° Tokitsu sulla base dell'investigazione della tradizione e di una pratica intensive svolte con singolare rigore e assiduità.Da un punto di vista pratico, può venire considerato come una sintesi tra il karaté e Ie scuole interne cinesi. Non si tratta tuttavia di una giustapposizione di stili diversi, ma della costruzione di un' unità. Come i primi maestri di karaté, ma con un apporto teorico più ricco e maggiori possibilità investigative, Kenji Tokitsu ha cercato nelle fonti tradizionali quegli elementi che gli permettessero una reale evoluzione e, dopo averle analizzate e assorbite nella Ioro essenza, ha cominciato a trasmetterle nella forma più immediata e profonda possibile, spogliate di quegli elementi aggiuntivi e nebulosi che nel tempo Ie avevano rese ermetiche. La progressione nel combattimento a mani nude diventa allora evidente e diviene strumento di crescita sul piano personale perché, secondo il M° Tokitsu, I'arte marziale deve essere un sistema di autoformazione dove ci si sforza costantemente di educarsi per divenire migliori. Più efficaci e abili, quindi, ma anche più intelligenti e concreti, più equilibrati, in gado di vivere meglio e con maggiore pienezza Ia propria vita. Aggiustando giorno per giorno il proprio atteggiamento fisico e interiore grazie al budo che prevede un confronto chiaro e diretto con se stessi e con I'ambiente esterno, si può cercare di evolvere sotto diversi aspetti. Kenji Tokitsu rifiuta il ruolo di «guru» o «Maestro Spirituale», che impone dall'alto una propria visione alla quale uniformare gli allievi, ma attraverso il proprio impegno e Ia propria ricerca mette a disposizione di tutti coloro che lo seguono costantemente degli strumenti pratici che servono da specchio ad una revisione personale. Il rispetto per il maestro non deve essere infatti confuso con un atteggiamento mistico o sacralizzante che impedisca di vedere Ia realtà per come si presenta: il budo deve permettere I'autoformazione attraverso Ia pratica, deve consentire di distinguere meglio «il bianco e il nero». 

 

Dare un' identità alla ricerca 
Nel progredire della ricerca si veniva a delineare chiaramente Ia necessità di mantenere un'autonomia dagli stili studiati: occorreva infatti poter relativizzare il sapere. Il M°Tokitsu decideva quindi di dare un nome alla sua scuola che gli avrebbe permesso di assumersi Ia responsabilità del Iavoro che stava svolgendo. Questo nome fu identificato nel 1984 in Shaolin Mon (o Shorin Mon); non era il nome di un nuovo stile, ma di un percorso di ricerca.
Il termine Shaolin Mon, «corrente dello Shaolin», indicava Ia necessità di risalire il grande fiume dello Shaolin che ha dato origine a tante ramificazioni, attraverso Ia corrente del karaté. Questa risalita verso le origini, ha permesso di cogliere gli elementi essenziali che costituiscono il substrato necessario per la costituzione di un budo a mani nude di una profondità paragonabile a quella del kendo classico giapponese, ritenuto un budo ideale. Chiariti gli elementi necessari per la costituzione di un budo a mani nude è stato possibile definire il , nome per l'obiettivo che si prefiggeva: nasce così l'attuale termine Jisei Budo. Il budo infatti nasce come sublimazione dell'arte dei guerrieri giapponesi: anziché praticare per uccidere il proprio avversario, la ricerca si sposta sul come trovare un livello superiore grazie all'avversario. Il problema principale diventa allora come poter dominare l'avversario senza il bisogno di ucciderlo, o di colpirlo dopo aver determinato con sicurezza la situazione che permette una vittoria sicura e senza incertezze. Si cerca, attraverso delle tecniche che mirano all'efficacia pura e semplice in combattimento, una diversa coscienza e pienezza esistenziale. Il motto diventa allora «colpire dopo aver vinto» e tutte le tecniche fortuite che possono casualmente portare alla vittoria, vengono ritenute derisorie e devianti. La pratica si sposta progressivamente sulla qualità percettiva necessaria al combattimento e sul come costruire una tecnica vincente che permetta di far risuonare all'unisono corpo e spirito. Si dice che l'intento si sposta dalla «spada per uccidere» alla spada «per far vivere».

 

Un Budo a mani nude
Tutte le arti marziali giapponesi si sono rifatte a questo ideale del budo e tra queste anche il karate che, spostandosi da Okinawa per entrare ufficialmente nel mondo marziale giapponese, tenta di realizzare questa idea senza averne gli strumenti necessari. Questo fatto è confermato dalla scarsa considerazione sociale e culturale che i giapponesi hanno del karate rispetto ad altre discipline marziali come il kendo o l'aikido. A quanto ho potuto finora constatare, il karate non è mai stato veramente considerato al pari di altre discipline ed è sempre stato ritenuto piuttosto grezzo. Questo dovrebbe dirla lunga sull'integrazione di questa disciplina tra le arti del budo.
Come ha chiaramente dimostrato K. Tokitsu nel suo libro Storia del Karate edito dalla Luni, il karate non poteva far parte a pieno titolo del budo perché si era cristallizzato troppo presto nella forma, senza aver avuto il tempo di affrontare una costruzione qualitativa di diverso spessore. I vari maestri che si sono succeduti hanno tentato di dirigersi in quella direzione, ma non avevano strumenti adeguati e i loro allievi, sacralizzando la figura dei maestri, hanno appreso il karate come una forma compiuta e definitiva. Questo ha impedito di realizzare quel salto di qualità che avrebbe permesso al karate di accedere ad un'altra dimensione di profondità. Ignorando questi problemi irrisolti il karate si è progressivamente trasformato in uno sport dandosi precise regole di competizione e diffondendosi su scala mondiale con un nuovo sistema di insegnamento.
Questa analisi non vuole essere una critica a un'impostazione che ha le proprie ragioni per esistere e che ha prodotto un sistema fruibile dalle grandi masse, è solo la premessa per capire quali siano gli obiettivi che animano il Jisei Budo: una pratica che si ricolleghi all' idea originaria del budo giapponese, dove l'elemento educativo e di sviluppo personale siano paralleli alla crescita del proprio livello in combattimento e dove la pratica consenta un incremento del proprio livello in età avanzata. Quest' ultimo punto in particolare esula dalla dimensione dello sport agonistico e, se vogliamo, dallo sport in generale per il quale non è prevista l'idea di poter migliorare il rendimento personale in età avanzata e dove l'unico parametro è la prestazione in gara. Al termine «amatore» viene spesso dato implicitamente un valore inferiore, e non solo diverso, rispetto al termine «agonista». Si dirà che è normale: non si può correre, all'età di 60 anni, alla stessa velocità che si aveva a 20. Il corpo cambia e con esso il rendimento fisico ma, attraverso un costante addestramento che metta in risalto altre qualità e costruisca una differente percezione del corpo, è possibile continuare ad evolvere e progredire. Cambiano i parametri con i quali ci si allena e il lavoro interno diventa un supporto insostituibile all' allenamento,  ma è effettivamente possibile continuare ad avanzare nel cammino. Personalmente ho 

l'esempio concreto del M° Tokitsu e dei compagni di strada che vedo crescere giorno per giorno. Misuro anche la mia evoluzione personale e mi sforzo onestamente di crescere. Certo i criteri con i quali ci alleniamo oggi sono molto diversi da quelli di 20 anni fa. Del resto non ha senso continuare a fare solo palline e stanghette come alle elementari: quando si impara a scrivere, occorre poi evolvere il proprio studio, personalizzare la propria scrittura, apprendere l'uso del computer. In ogni campo di studio deve esserci un moto evolutivo, altrimenti nel tempo il livello stagna.

 

Le origini della ricerca
Parlare delle origini della ricerca significa parlare del percorso personale di Kenji Tokitsu.
Nato in Giappone il primo agosto del 1947, vive a Parigi dal 1971 e attualmente è 8° dan di karate. Sceglie di vivere nel cuore dell'Europa dove inizia il suo lavoro di ricerca e di insegnamento. Nel 1979 pubblica in Francia il suo primo libro, "La voie du karate" (tradotto nel 1980 dalla SugarCo come Lo zen e la via del karate), nel quale espone le sue prime riflessioni sulla pratica del karate e sul senso delle arti marziali nella società moderna. Due lauree, acquisite in Giappone e in Francia, un tenore intellettuale di uno spessore diverso dai suoi connazionali dediti alle arti marziali, Kenji Tokitsu si è sempre ritenuto prima di tutto un praticante e un ricercatore. Dopò quasi 20 anni di assidua pratica nel karate Shòtòkan decide di lasciare un orizzonte troppo stretto al quale non crede più come prima per andare alla ricerca diretta delle fonti. Affronta diversi viaggi in Giappone e in Cina per approfondire le arti marziali. Invita allo stesso scopo diversi maestri nel suo dojo. Le varie correnti dello Shorin Ryu sono la sua prima meta dalla quale ricava preziose informazioni sulle forme classiche di karate e sull'idea specifica del karate di Okinawa. Si rende ben presto conto però che, se gli aspetti tecnici sono più chiari e convincenti, manca una trasmissione del lavoro interno che nelle scuole cinesi è invece presnte: inizia quindi il minuzioso studio delle scuole interne cinesi. Cambiano così progressivamente la concezione del corpo, dell'allenamento e la qualità della pratica. Xing Yi, Ha Gua, Tai Ji Quan sono i suoi primi approcci. Poi l'incontro con Kenichi Sawai e il Taiki ken, la pratica della respirazione con Nishino, la scoperta dell'Yi Quan. Intanto la pratica evolve, i kata di karate acquisiscono nuove risonanze, i movimenti diventano sempre più chiari e definiti come più chiaro diventa il percorso necessario alla progressione nel tempo. I numerosi incontri con maestri di qi gong e praticanti di varie scuole rinforzano la coesione degli elementi. L'apertura verso il metodo di Rarumitsu Rida, punto di congiunzione tra una visione "yoga" e la pratica marziale, aiuta a comprendere più a fondo come attivare il centro del corpo in relazione ai movimenti e affronta il problema della gravità. Ma è soprattutto la spada classica (ken jutsu e iai jutsu) a fornire elementi di riflessione sul modo di praticare, su come costruire un sistema che permetta una reale crescita nel tempo con un metodo trasmissibile a tutti. Questo incontro segna un punto di svolta e i tasselli ora sono tutti alloro posto. Tutto il precedente lavoro viene ora reimpostato sulla base di queste nuove conoscenze e del q i gong. I kata classici di karaté vengono finalmente alla luce in modo nuovo e al tempo stesso più originale, perché si può finalmente leggere il loro contenuto a partire da un livello più alto, e svincolarli da un contesto che, in un secondo tempo, li ha portati a cristallizzarsi e deformarsi progressivamente. Finalmente i kata sono «viventi» e possono veramente servire nella formazione per il combattimento. Come avevano già provato diversi maestri di Okinawa, vengono introdotte alcune protezioni ( casco con visiera e guanti da sacco) per applicare con sicurezza e realismo in combattimento le tecniche studiate nei kata e indirizzarsi verso un tipo di combattimento dove l'aspetto percettivo assuma un ruolo preponderante. L' apparenza della pratica diviene più semplice, immediata e di facile approccio, ma nasconde un difficile lavoro di approfondimento.

Il Jisei Budò in Italia
La scuola Shaolin Mon in Italia aderisce ormai da alcuni anni alla Uisp, un Ente che ritiene un valore sociale la partecipazione diffusa allo sport e alla attività ricreativo -culturale.
Mettere al centro lo «sport per tutti» significa dare priorità alla partecipazione attiva delle persone e al loro diretto coinvolgimento nel momento ludico e formativo che lo sport è chiamato a dare. Ora che si cominciano a delineare nuove idee e prospettive per l'attività motoria, le differenze tra il lavoro sportivo, l'educazione fisica, la rieducazione motoria e il lavoro globale sulla persona (psiche e soma) assumono nuove sfumature. Ognuno con le proprie specifiche competenze è chiamato a dare il proprio contributo per dare un volto umano alla società e per dare mezzi di formazione alle persone che si appassionano allo sport e all'educazione motoria. Le nostre discipline, come ogni altra attività umana, non sono educative in quanto tali, ma lo diventano attraverso il modo con cui le si utilizza e le si insegna. È l'uso che si fa dei mezzi, oltre alle qualità specifiche dei mezzi, a costituire la ricchezza educativa e sociale. È quindi importante che un Ente come la Uisp incoraggi e incrementi le realtà che svolgono lavoro di ricerca e di formazione, perché sono loro a poter dare una diversa immagine, nuova e positiva, alle nostre discipline. Il Jisei Budo, nato dalla ricerca e dalla revisione della tradizione, è aperta a possibilità di incontro e di scambio.
Crediamo onestamente di avere cose interessanti da dire, che potrebbero contribuire ad allargare gli orizzonti culturali e della pratica alle scuole che si occupano di combattimento o, in senso più ampio, di movimento; questo nel reciproco rispetto e autonomia, senza voler invadere i terreni di nessuno. Ora che molti tecnici del karate si rivolgono alla nostra scuola, ci rendiamo conto di parlare di cose per noi ovvie che possono sembrare a chi ci ascolta una lingua straniera. Alcune persone vengono pensando di apprendere un nuovo kata per arricchire il loro già vasto repertorio, altre pensano di aver già capito tutto dopo un solo stage senza aver mai affrontato in prima persona il lavoro di cambiamento percettivo del corpo attraverso il lavoro interno. Noi ci accontentiamo di fornire elementi che possano ampliare l'orizzonte personale della pratica laddove ciò sia richiesto, senza imporre il nostro punto di vista. Ognuno è libero. L'importante è lavorare insieme con reciproca soddisfazione e buona armonia, poi ognuno farà le proprie scelte. Dopo aver assistito all'indifferenza generale del mondo del karate italiano per i kata di Okinawa quando, nel 1981 in largo anticipo sui tempi, il M° Tokitsu li insegnava a un piccolo ed entusiasta gruppo di allievi, non mi stupirei che non si riuscisse a cogliere la portata del metodo attualmente proposto. Molti ora vanno alla ricerca dei kata classici e del tai ji quan, ma si dovrà forse attendere ancora diversi anni prima che il vasto mondo del karate arrivi a scoprire l'enorme potenzialità della pratica che Kenji Tokitsu oggi presenta .

Aikido e Dintorni

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