|
Il
Judo ha la natura dell'acqua.
Eccola,
turbinante nelle cascate del Niagara,
calma
nella superficie di un lago,
minacciosa
in un torrente
o
dissetante in una fresca sorgente scoperta un giorno d'estate.
Questo
è il principio del Judo.
GUNIJI
KOIZUMI
L'origine
delle arti marziali si perde nella notte dei tempi ma il loro sensazionale
sviluppo in Asia si ebbe grazie alla
fusione con i principi del buddismo indiano e del taoismo
cinese. La tradizione ci rimanda a BODHIDHARMA (Ta-Mo in cinese,Daruma
in giapponese), monaco indiano che nel 520 d.c. andò in Cina per diffondere
il buddismo.
Soggiornò
molti anni nel monastero di SHAOLIN (Shorinji in giapponese), il cui nome
significava "giovane foresta", ai piedi dei monti Sung-Shan,
nella provincia di Honan. Qui fondò
una scuola impostata sulla meditazione: Dhyana in sanscrito, Chan in
cinese, Zen in giapponese. Viste le non buone condizioni fisiche dei monaci,
insegnò loro degli esercizi di respirazione e di ginnastica e, secondo la
leggenda, anche delle tecniche di
combattimento a mani nude, che col tempo furono arricchite
e perfezionate sotto la generica denominazione di WUSHU, ossia "arti marziali"
(bujitsu in giapponese).
I
tantissimi stili di wushu si sono sviluppati lungo due direttrici.
La
prima prende il nome di WEI-CHIA e comprende gli stili
"esteriori" o "duri" di lotta,
che si fondano sull'uso della forza in linea retta. La
seconda direttrice è la NEI-CHIA e comprende gli stili
"interiori" o "morbidi", che sviluppano il concetto di
WU-WEI, solitamente tradotto con "non azione", ma sarebbe
meglio dire "non ingerenza": rappresenta la capacità di
dominare le circostanze senza
opporvisi, arrivando a sconfiggere un avversario cedendo apparentemente
al suo assalto per neutralizzarlo con movimenti circolari e rivolgere contro
di lui la sua stessa forza.Gli
stili duri, che facevano capo al tempio buddista di Shaolin, a Okinawa generarono
il KARATE, diffuso in Giappone da GICHIN FUNAKOSHI (1868-1957).
Gli
stili morbidi, che facevano capo al tempio taoista di wutang, in Giappone generarono
il JU-JUTSU, da cui sono derivati il JUDO di JIGORO KANO (1860-1938)
e l' AIKIDO di MORIHEI UESHIBA 1883-1969).
Il
NIHON SHOKI o NIHONJI (cronaca del Giappone, compilata nel 720 d.c.) riferisce
che già nel 230 a.c. ebbero luogo pubbliche competizioni di forza, che servivano
anche a selezionare gli uomini più vigorosi, destinati alla guardia
imperiale o alla formazione di corpi
speciali. Il più famoso incontro di
lotta che si ricordi fu quello combattuto davanti
all'imperatore
Suinin (29 a.c.-70 d.c.) da Taima-no-Kuyehaya e Nomi-no-Sukune, che
uccise l'avversario spezzandogli la schiena. Il vincitore ricevette onori
e ricchezze, nonchè l'incarico di
regolamentare il suo efficacissimo metodo di lotta per renderlo
meno pericoloso.Nomi-no-Sukune selezionò allora 48 colpi (12 riguardavano
la testa, 12 il tronco, 12 le mani e 12
le gambe) e chiamò SUMO il nuovo stile.Da una forma di combattimento
primitivo e cruento (chikara-kurabe), il sumo progredì
verso una forma di addestramento militare, fino a divenire un vero e proprio
rito durante le raffinate epoche Nara ed Heian, imbevute di cultura
cinese:l'imperatore Shomu (724-740), infatti, lo incluse tra i giochi
della Festa di Ringraziamento per il
raccolto. L'importanza del sumo fu
veramente grande, visto che nell'858 Korehito e Koretaka,
figli dell'imperatore Montoku, arrivarono a disputarsi il trono con un incontro
di lotta tra i loro campioni Yoshiro e Natora.
I
primi lottatori professionisti si esibirono a Edo nel 1623. Nonostante
qualche dimostrazione all'estero, il
sumo ha sempre avuto un carattere esclusivamente nazionale
ed ancora oggi gli incontri si svolgono secondo l'antico cerimoniale, compreso
il propiziatorio lancio di sale sulla pedana. Dal
Giappone si è invece diffuso in tutto il mondo il Ju-jutsu, o "arte
della flessibilità" le cui
origini si perdono nelle leggende. La più nota racconta che intorno alla
metà del '500 un medico di Nagasaki, SHIROBEI AKIYAMA, si recò in Cina per
approfondire le sue cognizioni sui metodi di rianimazione, che presupponevano
una perfetta conoscenza
dei punti vitali del corpo umano. Akiyama, uomo di moltiforme
ingegno, approfittò del soggiorno nel continente per studiare anche il taoismo
e le arti marziali cinesi. Tornato in patria, durante un periodo di meditazione
notò che i rami più robusti degli alberi si spezzavano sotto il peso
della neve, mentre quelli di un salice
si piegavano flessuosi fino a scrollarsi del peso, per riprendere
poi la posizione senza aver subito danni. Applicando alle tecniche di
lotte apprese in Cina le considerazioni
maturate sulla cedevolezza o "non resistenza", fondò
la scuola YOSHIN (del "cuore di salice").Non è questa la sede
per trattare del taoismo, ma va evidenziato che alla sua base stanno
i due principi complementari e contrapposti YANG e YIN, l'aspetto positivo
e negativo dell'universo: nessuno dei
due può esistere senza l'altro. Nel mondo tutto è in
perpetua mutazione tra questi due poli attraverso combinazioni dinamiche.
Lo yang rappresenta la durezza e
l'attacco, lo yin la morbidezza e la difesa.
Dal
TAO-TE-CHING, il testo cinese attribuito a Lao-tzu, mi preme citare alcune
massime di grande importanza per il
nostro studio:-Il più cedevole nel mondo/Vince il più duro.
-L'uomo
nasce debole e delicato/Muore rigido e duro[...]/Così: rigido e robusto sono
i modi della morte/Debole e flessibile sono i modi della vita.
-La
massima del buon combattente è:/Assecondare per mantenere l'iniziativa
[...]/Vince
colui che lascia.
Le
molte scuole di ju-jutsu, pur con diverse sfumature, fecero proprio questo
fondamentale concetto, che rivoluzionò
la maniera di lottare: la morbidezza può vincere
la forza. Va inoltre sottolineato che "ai livelli più alti delle
arti marziali, il punto più importante
di tutte queste strategie sta nello sviluppare una sensibilità intuitiva
verso le leggi dell'universo. Lo scopo più profondo non è semplicemente sconfiggere
gli avversari, ma giungere al "modo" ("Do" o
"Tao"), che è il modo in cui
funziona l'universo" (Payne). Il ju-jutsu si sviluppò sotto nomi
diversi a seconda del gruppo di
tecniche che si preferiva approfondire (proiezioni, immobilizzazioni, percussioni,
ecc.), raggiungendo il massimo splendore durante il lungo periodo di pace
instaurato da Ieyasu Tokugawa dopo la battaglia di Segikahara (1603) e la conquista
del castello di Osaka (1615). La fine
delle guerre civili che avevano insanguinato il Giappone dal XII secolo, interrotte
soltanto per respingere le invasioni mongole di Kublai Khan, lasciò disoccupati
migliaia di SAMURAI, che divennero perciò RONIN ("uomini onda",
ossia guerrieri senza padrone).Molti di
loro pensarono quindi di mettere a frutto quanto avevano appreso sui campi
di battaglia, raccogliendo e perfezionando le tecniche di combattimento senz'armi
ereditate dal passato. e mentre in precedenza esistevano solo scuole private
ad uso dei grandi clan, ognuno dei quali elaborava e tramandava al suo
interno
colpi di particolare efficacia, sorsero allora scuole di bujitsu (arti
marziali) aperte
a tutti. L'uso strategico del corpo
umano raggiunse livelli sbalorditivi di efficenza. Due secoli
e mezzo di pace durante lo shogunato Tokugawa furono possibili grazie a un
rigoroso
controllo verticistico che tendeva al mantenimento dell'ordine. Divennero difficoltosi
i contatti all'interno e furono decisamente vietati quelli con
l'esterno,pena la morte, relegando il paese fuori dalla storia. Intorno
alla metà del XIX secolo, però, alla ricerca di nuovi mercati commerciali, le grandi potenze decisero di porre fine
all'isolamento nipponico. L'8 luglio 1853 il commodoro statunitense
Matthew Calbraith Perry giunse nella
baia di Uraga con le sue celebri quattro "navi nere", chiedendo
a nome del presidente Fillmore l'apetrura del Giappone al mondo occidentale.
In seguito ai temporeggiamenti nipponici, Perry tornò nel febbraio 1854
con otto navi, facendo chiaramente intendere che non avrebbe tollerato il rifiuto.
Al trattato di Kanagawa con gli USA seguirono ben presto quelli con la
Gran Bretagna e Russia, gettando nello
sconforto quanti avrebbero preferito morire combattendo
contro un nemico meglio armato che sottostare a un umiliante cedimento.
I contrasti tra "falchi" e
"colombe" si acuirono via via fino a spaccare il paese. Ne conseguì
inevitabilmente una sanguinosa reazione a catena, culminata nel 1868 con la
fine del BAKAFU (shogunato) Tokugawa e con la "restaurazione Meiji":
dopo sette secoli il potere politico
dalle mani dello shogun tornava in quelle dell'imperatore.
Il giovane Mutsuhito, 122° esponente della dinastia, trasferì la capitale
da Kyoto (ove risiedeva dal 794) a Edo, che chiamò Tokyo, ossia
"capitale dell'est",
inaugurando l'era Meiji, di "governo illuminato". Nei
primi anni dell'era Meiji (1868-1912), sotto l'infatuazione per la
civiltà e i costumi occidentali, il
bujitsu subì una rapida decadenza (anche per l'enorme diffusione
delle armi da fuoco) e non pochi esperti, rimasti senza allievi, per Questo era il triste spettacolo
che apparve a JIGORO KANO.Nato
nel 1860 a Mikage presso Kobe, nel 1871 si trasferì a Tokyo con la
famiglia.
D'intelligenza
vivissima ma di gracile costituzione, doveva subire la prepotenza dei compagni,
dai quali avrebbe voluto difendersi praticando il ju-jutsu. Poichè
la disciplina era screditata e ritenuta troppo violenta, Kano dovette rinunciarvi,
dedicandosi specialmente alla ginnastica e al baseball per irrobustire il suo
fisico. Nel 1877, entrato all'università di Tokyo, potè finalmente
avvicinarsi al ju-jutsu, cui si
applicò con passione, impegnandosi in duri allenamenti (sempre ricoperto
di piaghe, era soprannominato "unguento"). I suoi primi maestri
furono Hachinosuke Fukuda e Masatomo
Iso, della Tenshin-Shin'yo-ryu, dai quali apprese in
particolare il KATAME-WAZA e l'ATEMI-WAZA, venendo in possesso dei DENSHO
(libri segreti) della scuola dopo la loro morte.Conobbe quindi Tsunetoshi
Iikubo, esperto della Kito-ryu, da cui apprese il NAGE-WAZA.
Mentre progrediva con sorprendente facilità, penetrando i segreti dei
diversi stili, nel 1881 ottenne la laurea in lettere e cominciò ad
insegnare al Gakushuin (Scuola dei
Nobili).Nel
1882 il giovane professore aprì una palestra di appena 12 tatami nel
tempio di Eisho, radunandovi i primi 9 allievi: nasceva così il KODOKAN ("luogo per studiare
la VIA"), dove il giovane professore elaborò una sintesi di varie
scuole di ju-jutsu. Il
nuovo stile di lotta, non più soltanto un'arte di combattimento, ma
destinato alla divulgazione quale forma
educativa del corpo e dello spirito, venne chiamato JUDO ("VIA
della flessibilità"): come precisò Kano nel 1922, si fondeva sul
miglior uso dell'energia (SEI RYOKU ZEN YO) allo scopo di perfezionare se stessi e
contribuire
alla prosperità del mondo intero (JI TA KYO EI).
Secondo
Alan W. Watts:
"il
jujitsu è specificatamente la tecnica di un particolare modo di lotta, il
judo è piuttosto la filosofia su cui
questa tecnica si fonda". In breve
il Kodokan, con un occhio alla tradizione e l'altro al futuro, assurse a grande
fama grazie alle importanti vittorie sulle scuole di ju-jutsu: nel 1886,
dopo aver trionfato su quella del
celebre maestro Hikosuke Totsuka (il Kodokan riportò 13
vittorie e 2 pareggi su 15 incontri), Kano fu incaricato di addestrare la
polizia di Tokyo. Il judo, eliminati
gli aspetti più violenti insiti nel ju-jutsu, entrò perfino nei programmi
scolastici. Nel
1895 Kano elaborò con i suoi allievi migliori il primo GO-KYO
("cinque principi") o metodo
d'insegnamento; nel 1906 riunì a Kyoto i rappresentanti delle varie
scuole per delineare i primi KATA ("modelli" delle tecniche di
lotta); nel 1921 presentò il nuovo go-kyo, tuttora invariato; nel 1922 diede vita alla Società
Culturale
del Kodokan.
Il
Kodokan, fin dal 1883, subì numerosi trasferimenti, ampliandosi in
continuazione:con
la sede inaugurata il 25 marzo 1958 arrivò a 1.000 tatami e oggi ne conta
quasi
1.300.
Ma
lontano dal Giappone, nonostante i viaggi e le dimostrazioni di Kano, si
diffuse
soprattutto
il ju-jutsu, che aveva tratto nuovi stimoli dalla rivalità con il Kodokan.
I maestri di ju-jutsu, infatti,
costretti a subire la crescente popolarità del judo in patria,
trovarono un fertile terreno d'insegnamento all'estero. Vediamo dunque
quali furono i pionieri del ju-jutsu in
Occidente. Già nel 1901 si trovavano a
Londra i maestri giapponesi Raku Uyenishi e Yukio Tani,
che insegnarono i rudimenti del ju-jutsu al campione svizzero di lotta
libera Armand
Cherpillod, cui si deve il primo manuale in lingua francese (tradotto in italiano
nel 1906). Nel 1905 Uyenishi aprì una
palestra a Londra e Cherpillod diede lezioni ad ufficiali di
marina durante un corso a Portsmouth. Risale comunque al 1918
l'avvenimento più importante, ossia la
costituzione del BUDOKWAI per opera di GUNIJI KOIZUMI.
A
Parigi, dopo una lunga campagna di stampa, il 26 ottobre 1905
s'incontrarono in un combattimento
divenuto famoso, il professor Ré-Nié (Gui de Montgailhard) e il maestro
Georges Dubois, valente pugile, schermitore e pesista. RéNié, esperto di
ju-jutsu, ebbe la meglio sul più
pesante rivale in appena 26 secondi con una leva articolare.
Sul finire del 1905 giunsero a Parigi Tani e Katsukuma Higashi, provenienti
dagli Stati Uniti (dove aveva scritto con Hancock un libro sul
"metodo Kano"): in dicembre i
due disputarono un interessante incontro all'ippodromo Bostok. Nel
1906, a Berlino, Erich Rahn apriva la prima palestra di ju-jutsu in
Germania, venendo ben presto incaricato
d'impartire lezioni alla Polizia berlinese e all'Istituto Sportivo
Militare. Grazie
anche ai numerosi libri di Irving Hancock, fin dai primi anni del secolo
gli USA si appassionarono al ju-jutsu
(nel 1905 veniva insegnato all'Accademia Navale di Annapolis). Hancock stesso, allievo del maestro
Inouye, lo praticò con
discreti risultati.
Per
approfondire il "metodo Kano" soggiornò in America dal 1902 al
1907 il grande Yoshiaki Yamashita (nel
1935 ottenne il 10° dan), che ebbe tra i suoi allievi il presidente
Theodore Roosevelt, graduato cintura marrone dopo tre anni di proficue lezioni
impartitegli alla Casa Bianca. Una prova dell'interesse statunitense per
il ju-jutsu è la sua inclusione nel
programma delle Olimpiadi da disputarsi a Chicago nel
1904 (poi assegnate a Saint Louis).Anche in Italia, dove imperava la lotta
greco-romana con i suoi "ercoli" statici e muscolosi,
non mancò qualche sporadica dimostrazione. Tra il dicembre 1905 ed il marzo
1906 si disputò il Trofeo Florio di lotta, articolato in tre prove, che
ebbero luogo a Palermo, Napoli e Roma.
In tutte e tre le città il pubblico potè assistere anche
a sfide di ju-jutsu tra lo statunitense Witzler e alcuni partecipanti al
Trofeo. A Roma le gare si svolsero al
teatro Adriano e videro il successo di Raoul le Boucher su
Paul Pons. Lo statunitense Witzler rinnovò la sua sfida, sconfiggendo
prima il tedesco Schakmann e poi il
senegalese Amalhou, ma arrendendosi al fortissimo Raoul.
Stesso copione nell'aprile 1906 al teatro Verdi di Firenze. Sempre nell'aprile
1906 tre maestri giapponesi di passaggio a Roma si esibirono al "Club
Atletico Romano" e uno di loro, Ysmano, si trattenne per qualche tempo nella
capitale,
impartendo lezioni ai soci del club.I numerosi contatti stabiliti tra i
marinai italiani e quelli nipponici, consolidati al tempo
della rivolta dei Boxer (1900), favorirono la diffusione delle tecniche di
ju-jutsu anche tra i nostri soldati,
incuriositi ed affascinati dal modo particolare di combattere
all'arma bianca o a mani nude: i guerrieri del Mikado, presi singolarmente,
erano senza dubbio i migliori mai visti. L'esaltante vittoria giapponese
sulla Russia (1904-1905) accrebbe l'ammirazione per quel popolo: uscito
da un interminabile medioevo feudale solo nella seconda metà
dell'Ottocento, in pochi lustri aveva
saputo conquistarsi un posto di primo piano tra le grandi potenze.
E nel mondo si cominciò a parlare degli invincibili samurai e del loro
codice
d'onore, il BUSHIDO ("VIA del guerriero") che Inazo Nitobe
descrisse con efficacia in un libro
divenuto ben presto famoso e tradotto per la prima volta in italiano
nel 1917.
Domata
la rivolta dei Boxer, l'Italia ottenne una concessione a Tientsin,
allargando così i propri interessi in
Estremo Oriente. Gli entusiastici commenti di civili e militari sulle
virtù della lotta giapponese, soprattutto in vista di un suo impiego
bellico, convinsero il Ministro della
Marina Carlo Mirabello ad organizzare un corso sperimentale
sull'incrociatore Marco Polo. Assegnato al capitano di vascello Carlo Maria
Novellis il comando della nave, che stazionava nelle acque della Cina, lo incaricò
quindi di assumere a bordo un istruttore di ju-jutsu, firmando così
l'atto di nascita della lotta
giapponese in Italia. Dopo molte
ricerche, Novellis trovò a Shanghai un insegnante che godeva la fiducia
del console giapponese. Il 24 luglio 1906 venne pertanto stipulato un contratto
di quattro mesi, tempo che il maestro giudicava "necessario e
sufficiente per portare gli allievi ad
un grado di capacità tale da renderli abili ad insegnare a loro volta".
il corso si sarebbe svolto a bordo e al termine gli allievi migliori
avrebbero sostenuto gli esami al Kodokan. In ottobre, infatti, i nostri baldi marinai si
sottoposero
agli esami, ma il risultato fu decisamente negativo. La colpa era del maestro,
commentarono al Kodokan: "Pur
essendo abbastanza abile, non poteva insegnare ai suoi allievi più di
quanto sapesse", cioè non molto,
e quindi non aveva mentito assicurando "che in quattro mesi
avrebbe portato gli allievi alla sua altezza". Si risolse dunque con
una beffa la prima esperienza del judo
italiano.Per evitare altre spiacevoli sorprese, il povero Novellis pensò
allora di richiedere un insegnante
proprio al Kodokan, ma Mirabello non diede mai il suo assenso. Il
31dicembre 1906 giunse a Shanghai l'incrociatore Vesuvio e Novellis
cedette il comando delle operazioni in
Estremo Oriente al capitano di vascello barone Eugenio
Bollati di Saint Pierre. Questi fece imbarcare dal Marco Polo due marinai ormai
abili nella lotta giapponese: uno di loro, il timoniere brindisino Luigi
Moscardelli,
nell'aprile 1907 ottenne a Tokyo "il diploma di abilitazione all'insegnamento".
In settembre a bordo del Vesuvio si disputarono le gare semestrali
imposte dal Ministro della Marina per mantenere in allenamento gli equipaggi:
la gara di ju-jutsu fu vinta dal sottocapo cannoniere Raffaele Piazzolla
di Trani sul cannoniere scelto Carlo Oletti, diciannovenne torinese destinato a lasciare
un
segno profondo nella storia della disciplina in Italia. Le
lezioni di ju-jutsu sul Vesuvio furono dunque impartite da un nostro
marinaio, magari capace, che aveva
però soltanto pochi mesi di esperienza, per di più fatta con
un mediocre insegnante giapponese. Attingendo solo saltuariamente alle
fonti dell'"arte gentile",
finimmo per confondere il judo con il ju-jutsu, praticando una disciplina
"autarchica" ben diversa da quella del Kodokan. Tradendone completamente
lo spirito, nel nostro paese il ju-jutsu/judo fu praticato usando molto di
più la forza della cedevolezza (ju), trascurando completamente la ricerca
della
"Via"
(do). A riprova della confusione che regnava intorno alla disciplina basti
pensare che nel 1926 il termine judo in
Italia veniva ancora tradotto "rompi muscoli"!
Persino dal già citato Oletti, che si vantava di averne appreso
"tutti i segreti" e di essere
perciò "padrone di tale metodo".La prima dimostrazione di
ju-jutsu fatta da italiani si svolse a Roma il 30 maggio 1908
durante le feste organizzate dalla Società nazionale per il movimento dei
forestieri
e dall'Istituto nazionale per l'incremento dell'educazione fisica.Nell'inacntevole
scenario di villa Corsini, alle pendici del Gianicolo, "due
abilissimi sottufficiali di marina
diedero una dimostrazione della teoria e della pratica della lotta
giapponese". Pochi giorni dopo, evidentemente incuriosito, Vittorio
Emanuele III volle che l'esibizione
fosse ripetuta nei giardini del Quirinale. Così "Il Messaggero"
commentava l'avvenimento:
-La
dimostrazione fu fatta, con molta chiarezza, dal maestro di scherma De Cugni
Francesco, il quale dimostrò, con competenza non comune, l'importanza di questo
sport, nuovo per l'Italia./ I due
lottatori presentati erano i sottuficiali Vegliante Emanuele e Guzzardi
Giuseppe. Il
re, che si interessò moltissimo dell'esperimento, pregò di ripetere vari
colpi e fece scattare molte volte la
sua macchina fotografica ritraendoli in più pose./ Da
ultimo ebbe per i bravi lottatori parole di vivo compiacimento./ Assistevano
pure il Ministro della Marina, on. Mirabello, l'ammiraglio Viale e il comandante
Como, intelligente ed appassionato cultore dello sport, al quale si deve
se tale genere di lotta sta per essere introdotta in Italia./ Il
giorno seguente la dimostrazione fu ripetuta nella palestra della Scuola
magistrale in Via Cernaia. A
conclusione delle feste di maggio il comandante Como di Santo Stefano,
già capitano di corvetta sul Marco Polo, tenne al Circolo militare
un'applaudita
conferenza sull'educazione fisica. Nel
giugno 1909, durante la seconda festa sportiva organizzata a Roma
dall'Istituto Nazionale di Educazione
Fisica, all'"Arena Nazionale" si svolse una nuova dimostrazione
di ju-jutsu. Presentati dal 2° capo torpediniere Vegliante, si esibirono il
capo timoniere Giuseppe Guzzardi e il capo cannoniere Romolo Scarinei (Vegliante
e Guzzardi erano gli stessi del 1908 a villa Corsini). La manifestazione questa
volta ebbe però minore risonanza. Nonostante
l'ottimo esordio, il cammino del ju-jutsu fu lento e difficile. Infatti,
se si eccettua qualche articolo o
conferenza, una timida proposta dell'Istituto nazionale per
l'incremento dell'educazione fisica e i generosi ma vani tentativi del
lottatore bresciano Cristini, della
"Via della flessibilità" non si parlò davvero molto in Italia.
Risale al 1911 il primo libro italiano
che si occupò, per quanto sommariamente, di ju-jutsu:
"Pugilato e Lotta libera per la difesa personale", edito da
Ulrico Hoepli. Ma l'autore, il
giornalista sportivo Alberto Cougnet, si limitava a riportare ampi brani
della già citata opera di Cherpillod. Appena un anno dopo, Cougnet volle tornare
sull'argomento, dedicando ampio spazio alla "lotta giapponese"
nel suo libro "Le Lotte libere
moderne", ancora nelle edizioni Hoepli. Apprendiamo così che la
prima
troupe di lottatori nipponici venuta in occidente nel 1907 era guidata dal
grande Hitachiyama ed ebbe l'onore di
esibirsi alla Casa Bianca davanti al presidente
Roosevelt (che fu, come ho detto, allievo del maestro di judo Yamashita).
Un'altra troupe si esibi' a Londra nell'estate 1910. Al
campionato mondiale di lotta per professionisti, svoltosi a Parigi nel
1908, aveva preso parte anche il
giapponese Akitaro Ono, esperto di ju-jutsu, battuto in greco-romana
dal nostro Giovanni Raicevich sia nella capitale francese che al Torneo
delle Nazioni disputato al teatro Eden di Milano dal 16 gennaio al 15 febbraio
1911. Quale "contorno" al torneo, Ono sostenne svariati
combattimenti di ju-jutsu, promettendo
200 lire di premio a chi avesse saputo resistergli per due minuti:
è ovvio che vinse sempre e con estrema facilità. Ma tra i suoi
avversari, il già citato Umberto
Cristini dimostrò "inconfutabilmente di essere uno specialista finissimo
dell'arte nipponica della difesa personale", tanto che pochi giorni
dopo il loro incontro, Ono e Cristini
furono invitati a una nuova esibizione. Dal
1° marzo 1911 i milanesi poterono assistere per alcuni giorni agli
incontri di sumo, gominuki e ju-jutsu
disputati al Trianon da 24 atleti nipponici, che vennero anche
al teatro Apollo di Roma dall'11 al 20 marzo.
Commentava
Cougnet:
"Sono
esibizioni d'una straordinaria suggestività e che dimostrano una tecnica ed
un'abilità molto superiore a quella della greco-romana, cristallizzatasi,
da due millenni, in formule combattive
ed estetiche, ma di poca o nulla praticità come difesa
personale".
A
Milano il solito Cristini resistè ben otto minuti all'esperto Atagawa. Di
Cristini vanno ricordate anche le sfide
milanesi con i lottatori professionisti Ambrogio Andreoli
(al teatro Lirico) e Giovanni Raicevich (al Trianon) nel tentativo di dimostrare
la superiorità del ju-jutsu sulla lotta greco-romana. Poi, complice anche
la guerra, per molti anni sulla lotta
giapponese calò il silenzio. E un totale disinteresse
mostrò la Federazione Atletica Italiana, che allora si occupava di lotta greco-romana,
pugilato e sollevamento pesi, ma non voleva sentir parlare di lotta libera,
soprattutto di "catch" o ju-jutsu.Il lavoro compiuto non fu
comunque inutile: secondo il maestro Betti Berutto, infatti,
i marinai che avevano appreso il ju-jutsu in Estremo Oriente vennero utilizzati
per addestrare i "Camaimani del Piave" durante la Grande Guerra.
Proprio il conflitto mondiale fece
comprendere non solo la necessità di diffondere l'educazione
fisica nell'esercito, ma anche l'utilità di disporre di reparti speciali,
esperti nel combattimento corpo a
corpo.Nel primo dopoguerra due eventi avvicinarono Italia e Giappone,
rinverdendo vecchi legami di amicizia:
il raid aereo Roma-Tokyo, pensato da Gabriele D'Annunzio
ma realizzato dal tenete Arturo Ferrarin tra il febbraio e il maggio 1920,
e la visita a Roma dal principe ereditario Hiroito nel luglio 1921. Gli avvenimenti,
largamente reclamizzati dalla stampa, ridestarono l'interesse della gente
per l'impero del Sol Levante, per i suoi costumi e per le sue
efficacissime tecniche
di combattimento.Così, sul finire del 1921, il capo cannoniere di prima
classe Carlo Oletti (già imbarcato
sull'incrociatore Vesuvio), fu chiamato a dirigere i corsi di ju-jutsu introdotti
alla Scuola Centrale Militare di Educazione Fisica a Roma, di cui era comandante
il colonnello Giulio Cravero. La scuola, istituita con R.D. 20 aprile 1920,
ebbe sede nei locali del Tiro a Segno Nazionale, alla Farnesina di Roma, segnalandosi
subito all'attenzione generale. Da quel
momento le iniziative si susseguirono numerose. Nel 1922 Oletti insegnò nella
palestra della "Giovane Italia" in via della Consulta, e dal
gennaio 1923
cominciò
le lezioni alla "Cristoforo Colombo" in via Tacito, che divenne
ben presto la società sportiva più
forte d'Italia nel ju-jutsu. Vista la diffusione della disciplina, domenica
30 marzo 1924 i delegati di 28 società o gruppi sportivi civili e
militari si riunirono nella palestra
della "Colombo" per costruire la FEDERAZIONE
JIU-JITSUISTA
ITALIANA, presieduta dal comm. Antonello Caprino, avvocato e alto
funzionario comunale. Il primo articolo del regolamento tecnico
federale riconosceva "quale metodo ufficiale
|
di jiu-
jitsu, sia per l'insegnamento che per la pratica,
ilmetodo Kano".Il
20 e 21 giugno 1924 alla sala Flores in via Pompeo Magno si disputò
quindi il primo campionato italiano: il
titolo assolutofu vinto da Pierino Zerella, esperto di lotta
greco-romana, mentre il titolo a squadre andò alla Legione Allievi
Carabinieri di Roma davanti alla SCMEF
e alla Guardia di Finanza. "La
completa riuscita di tali gare - commentava la stampa - ha confermato l'interesse
del pubblico per questo genere di sport, che è mezzo efficace di cultura fisica
e di educazione di carattere, mentrre insegna pratiche originali di difesa
personale e procedimenti strani tuttora
incomprensibili di mezzi per richiamare alla
vita", con evidente riferimento al KUATSU.
Nonostante
gli sforzi di pochi appassionati, il ju-jutsu si faceva largo assai lentamente
tra il grande pubblico. Tra l'altro, dopo le edizioni del 1924, 1925 e 1926,
i campionati italiani erano stati interrotti.E a nulla era servita, nel
1927, la trasformazione della FJJI in
FEDERAZIONE ITALIANA LOTTA GIAPPONESE
sotto la guida del dinamico Giacinto Pugliesi, presidente della "Colombo".
Ritenendo che la disciplina potesse fare un salto di qualità con una spettacolare
manifestazione, il 7 luglio 1928 il quotidiano "L'Impero"
organizzò con l'"A.S. Trastevere"
una grande riunione di propaganda nella sala della Corporazione della
Stampa in viale del Re a Trastevere. La manifestazione ebbe un buon
successo
grazie a due presenze non previste: la partecipazione dell' esperto judoka
nipponico
Mata-Katsu Mori, che si trovava a roma in veste di pedagogo presso la famiglia
del poeta Shimoi, e -soprattutto- l'intervento del maestro Kano. Questi, venuto
a conoscenza dell'iniziativa mentre era a Parigi, non volle mancare all'appuntamento.
Fortunatamente per noi, "L'Impero" comprese il valore di quella presenza eccezionale e mandò senza indugio un suo cronista all'hotel Royal in via XX
Settembre per ricevere Kano. E' bene
ricordare che Kano fu un personaggio di rilievo non solo nello sport giapponese:
fin dal 1909 rappresentava il Giappone nel CIO e nel 1911 fondò la Japan
Amateur Sport Association (il Comitato olimpico giapponese), di cui fu presidente
fino al 1921. Rettore del Collegio dei Pari, direttore della Scuola
Normale Superiore, addetto alla Casa
Imperiale, segretario del Ministero dell'Educatione Nazionale,
direttore dell'Educazione Primaria, senatore, ecc., nel 1922 diede vita alla
Società Culturale del Kodokan, non riservando però le sue attenzioni
solo al judo: aiutò il maestro Gichin
Funakoshi di Okinawa a diffondere il karate-do ("Via della
mano vuota") e s'interessò dell'aikido ("Via dell'armonia con
l'energia universale"), la
disciplina elaborata dal maestro Morihei Ueshiba. Servendosi
dell'illustre poeta Harukichi Shimoi quale interprete, nel luglio 1928 Kano
rilasciò a "L'Impero" un'intervista preziosa. Ritengo quindi
utile trascriverne
un
brano significativo:
-
Il judo è l'arte di utilizzare col massimo rendimento la forza umana:
utilizzare la forza umana vuol dire
farle assumere diverse forme e farle raggiungere diversi risultati.
Combattere per la gioia di vincere, cercare la robustezza del proprio fisico,
coltivare la forza senza perdere nulla in scienza e in intelligenza, migliorare
l'uomo rispetto alla vita sociale: ecco i fini che deve avere uno sport che
vuole rendersi utile nella vita di una razza e di una nazione. Ed ecco
ciò che si propone il Judo, il quale
non ha solo lo scopo di educare il corpo, ma vuole anche
plasmare moralmente e intellettualmente l'individuo per formarne un ottimo
cittadino[..]. Per questo il Judo in giappone non viene considerato un'arte,
ma come una cultura, che oltre ad offrire un'utilità immediata con la difesa
personale per la vita, rinvigorisce i sentimenti migliori dello sportivo e
dell'uomo. Poco
dopo la manifestazione a Trastevere, si svolsero alla SCMEF i primi esami per
l'attribuzione della qualifica di maestro. Quindi nel maggio 1929, si
disputò il campionato laziale e in
giugno, sempre a Roma, il quarto campionato italiano. Ma il trasferimento
di Oletti a La Spezia nel 1930, nonostante le manifestazioni caparbiamente
organizzate dalla "Colombo", raffredò non poco gli entusiasmi.
Nel febbraio 1931, per di più, la FILG
venne sciolta e la sua attività inquadrata nella Federazione
Atletica Italiana (fondata nel 1902 dal marchese Luigi Monticelli Obizzi),
provocando l'inesorabile declino del ju-jutsu.
Mi
pare a questo punto interessante esaminare qualche curiosità emersa dalla
lettura dei
primi regolamenti federali.Secondo il regolamento della Federazione
Jiu-Jitsuista Italiana (1924) i praticanti si
dividevano in Maestri (cintura nera), Esperti (blu) e Lottatori (bianca),
distinti in professionisti e
dilettanti. Si diveniva Maestro o Esperto, abilitati all'insegnamento e all'arbitraggio,
superando gli esami annuali banditi dalla FJJI. Cinque erano le categorie
di peso: piuma (fino a 60 Kg), leggeri (fino a 70), medi (fino a 80),
medio-massimi
(fino a 90), massimi (oltre 90). Gli incontri dovevano disputarsi tra atleti
aventi la stessa qualifica e peso, e solo i professionisti potevano
mettere in palio il titolo in
combattimenti al di fuori delle gare organizzate annualmente dalla Federazione.
Gli incontri, sia tra dilettanti che tra professionisti, si disputavano in
tre riprese, con intervalli di due
minuti, di durata complessiva non superiore a trenta minuti.
Risultava vincitore chi si aggiudicava almeno due riprese, ma l'arbitro
poteva sospendere il combattimento per
resa o manifesta inferiorità tecnica di uno dei contendenti.La
materassina, "imbottita di lana, crino e segatura", misurava non
meno di 4 metri per lato (con spazio
libero circostante di almeno un metro) e appoggiava su pavimenti
di legno. Gli atleti indossavano la casacca bianca e i calzoncini. Erano facoltative
le calze e le ginocchiere elastiche, vietate le scarpe. Per effettuare il saluto,
obbligatorio "all'inizio del primo assalto e al termine dell'ultimo", gli avversari si
disponevano agli angoli opposti della materassina, appoggiavano sul
tappeto le mani e il ginocchio destro,
quindi eseguivano un inchino con la testa; in caso di sfida,
lo sfidante batteva la mano destra sul tappeto.Proiezioni e immobilizzazioni erano valide solo se effettuate all'interno della
materassina.
Il regolamento vietava le prese alle dita di mani e piedi, nonchè i colpi
con qualsiasi parte del corpo, ma
consentiva strangolamenti "con gli avambracci, con
le gambe e con i baveri", oltre a compressioni con le gambe "ai
fianchi, all'addome ed allo
stomaco".
Le
sanzioni disciplinari consistevano in: ammonizione, sospensione fino a due
mesi, sospensione
fino a sei mesi, espulsione. divisi in Maestri Arbitri
(cintura nera), Esperti Arbitri (blu), Lottatori professionisti
posizione".
La durata dei combattimenti, sempre in tre riprese con intervalli di due minuti,
fu ridotta a 15 minuti per i dilettanti e 21 per i professionisti.
L'ultimo
articolo del regolamento stabiliva che ogni incontro fosse improntato
"al più alto senso cavalleresco
e, più che una dimostrazione di forza, doveva essere lo sfoggio
dell'intelligenza e della tecnica acquisita nel metodo". Lo
statuto-regolamento della FAI approvato dal CONI nel gennaio 1933, per la lotta
giapponese, prevedeva le stesse norme del 1927. Va tuttavia rilevato un cambiamento
importante: il termine "Jiu-Jitsu Judo" era stato sostituito dal
semplice
"Judo". Kano morì sul
piroscafo Hikawa-Maru nel maggio 1938, mentre tornava in patria dopo
aver presenziato al Congresso del CIO svoltosi al Cairo. Non assistette
quindi alla disfatta del suo paese, ma
un paio di anni prima, quasi presagisse la tempesta, aveva
lasciato una specie di testamento spirituale ai judokas di tutto il mondo:
-
Il Judo no è soltanto uno sport. Io lo considero un principio di vita,
un'arte e una scienza [...] Dovrebbe
essere libero da qualsiasi influenza esteriore, politica,
nazionalista, razziale, economica, od organizzata per altri interessi. Tutto
ciò che lo riguarda non dovrebbe tendere che a un solo scopo: il bene dell'umanità.
Dopo
un lunghissimo silenzio, il 14 giugno 1942 ebbe inizio alla Scuola di
polizia di Caserta
il 1° Corso allenatori di lotta giapponese, diretto dal prof.FRANCESCO
CAO,
che aveva abitato a lungo in Giappone, ottenendovi la cintura nera. I 19
atleti selezionati agli esami del 30
luglio presero parte al Corso di perfezionamento inaugurato
il 3 settembre alla Scuola di Polizia di Roma. Gli appunti di Cao, pubblicati
nel 1943 dal Ministero dell'Interno, non parlavano più di ju-jutsu, ma di
judo. E indubbiamente nell'opuscolo si
riscontrava una chiara conoscenza dello "stile
Kodokan", persino nell'uso dei termini giapponesi appropriati. Cao
descrisse con minuzia il
"saluto", le "posizioni", gli "spostamenti",
gli "squilibri", le "cadute", suddividendo
le tecniche secondo lo schema ancora oggi adottato. Il "vero"
judo faceva quindi capolino in Italia
proprio nel momento più tragico della nostra storia recente.
Giovanni
Valente, insediatosi alla presidenza federale nel luglio 1941, organizzò inoltre
il Trofeo di Giudò, concluso a Venezia il 5 luglio 1943 con la vittoria
di Enzo Fantoni su Marino Cipolat
(ambedue agenti di P.S. del Centro di Milano). Il 3
ottobre 1943 doveva disputarsi a Roma il campionato assoluto (l'ultimo
risaliva al 1929), ma le drammatiche
vicende succedute al 25 luglio arrestarono il cammino del
judo italiano.
Con
il decreto 2 agosto 1943 il Partito Fascista veniva soppresso e il CONI
posto alle dipendenze della Presidenza
del Consiglio dei Ministri. Pochi giorni dopo il Maresciallo
Badoglio nominò Commissario del CONI il conte Alberto Bonacossa, che
il 12 agosto assunse anche la presidenza di tutte le Federazioni Sportive.
Poi venne l'8 settembre, quindi
l'occupazione tedesca, la costituzione della Repubblica
Sociale Italiana, la Resistenza e, finalmente, la Liberazione. Per la
lotta giapponese, tuttavia, i giorni
erano sempre bui. Solo nel 1947 si ebbe
una ripresa dell'attività con la nomina di una Commissione tecnica
presieduta da ALFONSO CASTELLI, Segretario generale della FEDERAZIONE
ITALIANA ATLETICA PESANTE (FAI fino al 1933). La commissione
incontrò molti ostacoli per i contrasti sorti tra i suoi membri, ciascuno
dei quali "asseriva di essere il
solo depositario del VERO metodo" (Castelli), anche se
soltanto Alfredo Galloni fu poi irremovibile nella sua intransigenza,
fondando una Federazione separata.
Il
primo campionato nazionale del dopoguerra si disputò a Lanciano nei
giorni 1 e 2 maggio 1948. A contendersi
la vittoria nelle cinque categorie furono 29 atleti di 9 società:
cinque di Roma (CUS, Excelsior, Fronte della Gioventù, Poligrafico, Ymca),
due di Lanciano, una di Bari e una di Varese. I titoli individuali
andarono ad Adriano Battisti (piuma),
ad Augusto Ceracchini (leggeri), a Carlo Mazzantini (medi),
ad Amerigo Santarelli (medio-massimi) e a Vincenzo Fanelli (massimi). Nella
classifica per società fu prima la S.G. Angiulli di Bari, diretta dal
maestro Franco Scioscia, davanti
all'U.S. Excelsior e al CUS Roma, allenate da Romolo Stacconi
e Arnaldo Santarelli. In occasione dei campionati si riunì la Commissione
tecnica, che prese atto delle
dimissioni di Castelli, eleggendo Presidentre Stacconi.Durante il III
Congresso della FIAP, tenuto a Genova il 16 e 17 ottobre 1948, Giorgio
Giubilo fu confermato Presidente e Castelli Segretario Generale. Il Congresso
approvò il nuovo statuto federale, che contemplava tra gli organi
centrali il GRUPPO AUTONOMO LOTTA
GIAPPONESE (trasformato in Gruppo Autonomo
del Judo nel 1951).Sciolta la Commissione tecnica il 29 ottobre,
l'Assemblea del GALG svoltasi a Roma il
14 novembre elesse Presidente ALDO TORTI, Segretario Arnaldo Santarelli,
Consiglieri Tommaso Betti Berutto e Alfredo Cardarelli. Rintracciato
dall'ex
allievo Betti Berutto ad Angera, sul Lago Maggiore, il 18 gennaio 1949 Carlo
Oletti accettò la presidenza onoraria "e con la sua autorità rese
possibile la riunificazione generale di
tutte le forze judoistiche italiane" (Castelli). Nel Congresso
del GALG tenuto il 29 marzo, infatti, il numero dei Consiglieri fu portato
a quattro con l'inclusione di Roberto
Piconi e del "pentito" Galloni. Per
la stesura del testo definitivo del regolamento tecnico fu nominata una commissione
presieduta da Oletti e composta da Galloni, Piconi, Porceddu, Ramella,
Scioscia e Stacconi. Il regolamento, pubblicato su "Lotta e
Pesi" il 1° marzo
1949, tra l'altro divideva i praticanti in tre categorie: allievi (cintura
bianca), lottatori di III, II o I serie
(cintura verde, rossa o marrone), maestri (cintura nera). Il 1°
dan venne riconosiuto a 7 maestri, il 2° dan a 11, il 3° dan a 9, e
precisamente a Giulio Bovi, Francesco Cao, Mario Cuzzocrea, Oronzo Donno, Alfredo Galloni,
Ennio Marchionni, Lucio Migiarra, Michele Savarino e Franco Scioscia. In
occasione delle Olimpiadi del 1948, per iniziativa del Budokwai di Londra,
fu convocata una conferenza
internazionale presso il New Imperial College a South Kensington.
Si decise la costituzione dell'EUROPEAN JUDO UNION, di cui fu eletto
presidente l'inglese Trevor P. Legget, l'unico non giapponese graduato 5°
dan- Il 29 ottobre 1949 si riunì a Bloomendaal, in Olanda, il II Congresso
dell'UEJ, che
approvò lo statuto e il regolamento tecnico, ripreso da quello del
Kodokan. Aldo Torti fu eletto
Presidente, Castelli Segretario, Galloni tesoriere, e la sede venne
trasferita a Roma. "Era la prima Federazione internazionale - anche
se modesta - presieduta da un italiano
e con sede in Italia, dopo la guerra" (Castelli). Davvero
una grande soddisfazione dopo tanti momenti bui.Il 29 ottobre 1950 si
svolse a Venezia il III Congresso dell'UEJ, che confermò Torti
Presidente e Castelli Segretario. Il IV Congresso si tenne a Londra il 2
luglio 1951. Ispirato
dalla Francia, il Kodokan di Tokyo inviò un messaggio nel quale proponeva
di trasformare l'UEJ in una Federazione
internazionale sotto la presidenza di Risei Kano,
figlio di Jigoro, e con sede nella capitale nipponica. Sulla
trasformazione "l'Italia era
d'accordo ed aveva anzi preparato uno statuto che venne approvato con poche
modifiche. Ma non era d'accordo nel consegnarsi mani e piedi legati ai giapponesi,
perchè riteneva che ciò costituisse un ostacolo alla realizzazione del massimo
programma che era quello di far ammettere il judo alle Olimpiadi. La maggiore
accusa che il C.I.O. faceva al judo, infatti, era quella di essere uno
sport nazionale giapponese e non uno
sport universale. Consegnandosi ai giapponesi si sarebbe
rafforzata questa opinione. Gli italiani si opposero con tutte le loro
energie e, per quella volta, riuscirono
a spuntarla" (Castelli). La neonata FEDERATION INTERNATIONAL
DE JUDO elesse Torti Presidente e Castelli Segretario, ma nel
settembre 1952, al Congresso di Zurigo, la presidenza passò a Kano e la
sede si trasferì a Tokyo. Torti fu
però posto a capo della ricostituita UEJ.
Già
alla fine del 1951, tuttavia, Castelli si era dimesso da Segretario della
FIJ. Tra l'altro contestava ai francesi
di offrire la Presidenza della Federazione ai nipponici prima
ancora della loro adesione al nuovo organismo: "Come se ad un ospite,
che non è ancora entrato in casa
nostra, ci recassimo sulle scale ad offrirgli una tazza di caffè!".
Il casus belli consisteva nelle categorie di peso. L'Italia ne era la
principale sostenitrice, mentre la
Francia si dichiarava nettamente contraria, rifacendosi alla concezione
orientale. I nostri rappresentanti sapevano, e i fatti lo hanno ampiamente
dimostrato, che "la romantica storiella dell'uomo piccolo e debole
che può battere il colosso è vera
solo quando l'uomo piccolo e debole conosce benissimo
il judo e il colosso non lo conosce affatto. Ma nel campo agonistico, quando
entrambi gli atleti sono tecnicamente preparati, il colosso no ha nessuna difficoltà
a sbatacchiare per aria l'uomo piccolo, anche se questi non è affatto debole.
In queste condizioni, ostinarsi a dare l'ostracismo alle categorie di peso
significava chiudere gli occhi alla
realtà" (Castelli).Nel settembre 1951 la NAZIONALE DI JUDO esordì a
Salisburgo nella Mitropa Cup. La
nostra squadra, composta da Cesare Canzi, Augusto Ceracchini, Mario
Sarocco,
Elio e Virgilio Volpi, fu sconfitta 8-2 dall'Austria e 7-3 dalla Germania.
Il 5 e 6 dicembre 1951, al Palais des
Sport di Parigi, si disputò la prima edizione dei campionati
europei di judo (senza categorie di peso, introdotte però l'anno successivo):
il romano Elio Volpi conquistò la medagli di bronzo tra le cinture marroni,
dietro il francese Duprè e l'olandese Geesink. Ancora medaglie di bronzo con
Volpi (2) e Gaddi nel 1952 a Parigi, con Maurizio Cataldi e Nicola
Tempesta
nel
1954 a Bruxelles. Nell'ottobre 1953 vincemmo la prima medaglia a squadre
ai campionati europei: a Londra fummo
terzi dietro l'Olanda e Francia. Al contemporaneo Congresso dell'UEJ Maurizio Genolini fu nominato per acclamazione
Segretario Generale.
Il
5 ottobre 1952 si costituì il Collegio delle Cinture Nere di judo:
Presidente onorario era Oletti,
Presidente effettivo Arnaldo Santarelli, Segretario Tommaso Betti Berutto.L'1-2
novembre 1952 si svolse a Trento il IV Congresso federale, che vide il Vice-presidente
Valente superare il Presidente in carica Giubilo per 134 voti contro
132.
Come ho già ricordato, a Valente si
doveva la ripresa del judo tra il 1941 e il 1943, quindi
la sua elezione fece nascere giustificate speranze. Qualche mese dopo un altro
avvenimento galvanizzò i judokas italiani: su invito del Kodokan Club di Roma,
nel 1953 venne nel nostro paese il maestro NORITOMO KEN OTANI, allora
5° dan (seguito nel 1956 da Tadashi Koike), che contribuì in maniera decisiva
allo sviluppo del judo in Italia. Le
speranze, tuttavia andarono presto deluse. Dal 31 ottobre al 1° novembre
1953 si
svolse a Rimini il VII Congresso federale, che soppresse il Gruppo
Autonomo Judo inquadrando il judo tra
le discipline della FIAP, "a parità di doveri, ma non ancora
di diritti" (Castelli). Dopo lo scioglimento del GAJ, alla guida del
judo si susseguirono diversi commissari finchè, nel 1956, tutti i poteri tecnici si
concentrarono
nelle mani di Genolini. In quell'anno si disputò a Tokyo il primo campionato
mondiale di judo, in categoria unica, vinto dal nipponico Natsui. L'Italia,
assente alla prima e alla seconda edizione (Tokyo 1958), prese parte alla terza
edizione del mondiale (Parigi 1961), l'ultima in categoria unica,
ottenendo un 5° posto con Remo Venturelli.Ai
campionati europei svoltisi a Rotterdam nel novembre 1957, NICOLA TEMPESTA
regalò all'Italia la prima medaglia d'oro nella disciplina. La seconda l'ottenne
quattro anni dopo, agli europei disputati al Palazzo Lido Sport di Milano dall'11
al 13 maggio 1961. Tempesta
vinse nella categoria "quarti dan", Fiocchi fu terzo nei leggeri
e l'Italia terza nella gara a squadre.
Agli europei il campione napoletano ha vinto complessivamente
2 medaglie d'oro, 6 d'argento e 5 di bronzo, di cui quattro nel torneo
a squadre.
Nel
1962 ai campionati giapponesi di judo furono introdotte per la prima volta
le categorie di peso: leggeri, medi e
massimi. E agli europei del 1963, abolite le gare per dan, si tenne conto soltanto delle categorie di peso. Dopo tante
polemiche, si riconosceva così
implicitamente la validità delle proposte avanzate dall'Italia in seno
all'UEJ
e alla FIJ.
Le
Olimpiadi del 1964 si disputarono a Tokyo e per la prima volta nel
programma figurava il judo con 3
categorie di peso e l'"open". Va sottolineato che nella patria del
judo l'olandese Anton Geesink vinse l'oro nell'open battendo Akio Kaminaga
per immobilizzazione a terra. Un
silenzio di ghiaccio scese sulla Nippon Budokan Hall
stipata da 15.000 spettatori, anche se la sconfitta non doveva risultare
del tutto inaspettata, visto che
l'olandese era campione europeo e mondiale in carica. Geesink
concluse la sua straordinaria carriera sportiva dopo aver vinto il secondo
titolo mondiale a Rio de Janeiro nel
1965 e il 23° titolo europeo a Roma nel 1967. Il
23 ottobre 1966, nella palestra del "Kodokan Milano", si svolse
il primo campionato nazionale
femminile, in 5 categorie. E in dicembre debuttò la Nazionale femminile,
battendo la Cecoslovacchia a Kromeritz. Nessuno, allora, avrebbe potuto
immaginare i successi ottenuti dalle ragazze del judo dal 1975 (primo campionato
europeo femminile, a Monaco) ad oggi: una medaglia d'argento e una di bronzo
in 2 Olimpiadi (1988 e 1992); 5 medaglie d'oro, 3 d'argento e 3 di bronzo
in 8 campionati mondiali (il primo fu
disputato nel 1980, a New York); 11 medaglie d'oro,
19 d'argento e 32 di bronzo in 21 campionati europei. Le atlete più
decorate sono EMANUELA PIERANTOZZI
(medaglia d'argento alle Olimpiadi; 2 medaglie d'oro
ai campionati mondiali; 2 medaglie d'oro, 2 d'argento e 2 di bronzo ai campionati
europei), ALESSANDRA GIUNGI (medaglia di bronzo alle Olimpiadi; una
medaglia d'oro, una d'argento e una di bronzo ai mondiali; 2 medaglie
d'oro, una d'argento e 4 di bronzo agli
europei), Maria Teresa Motta (una medaglia d'oro e
una di bronzo ai mondiali; una medaglia d'oro, 2 d'argento e 4 di bronzo
agli europei), Margherita De Cal (una
medaglia d'oro ai mondiali; 2 medaglie d'oro, 2 d'argento
e 2 di bronzo agli europei), Laura Di Toma (una medaglia d'argento ai mondiali;3
medaglie d'oro, una d'argento e 5 di bronzo agli europei). Dimessosi
Valente, il 5 gennaio 1965 la Giunta Esecutiva del CONI nominò Carlo Zanelli
Commissario straordinario della FIAP. Con il nuovo statuto, approvato dal CONI
il 16 settembre 1965, si stabilì che il Consiglio federale fosse
composto, in parti uguali, da membri
eletti dai tre Settori (Lotta, Pesi e Judo) con votazioni separate.
Zanelli fu eletto Presidente il 25 febbraio 1967 e resse la carica fino al
29 marzo 1981, allorchè gli successe
il Dott. Matteo Pellicone. Dopo la divisione della FIAP
in tre Settori, sono stati Vice-presidenti del Settore Judo: Alessandro
Chieco Bianchi (1967-69), Augusto
Ceracchini (1969-78, anno in cui è immaturamente deceduto),
Maurizio Genolini (1978-81), Giancarlo Zannier (1981-84), Ezio Evangelisti
(dal 18 gennaio 1985).
Il
Congresso dell'UEJ svoltosi a Lussemburgo il 6 maggio 1966 assegnò la 16a
edizione dei campionati europei a
Milano, che già li aveva organizzati nel 1961. Viste
le difficoltà a reperire un'idonea sede nel capoluogo lombardo, la manifestazione
venne dirottata a Roma e si svolse dall'11 al 13 maggio 1967 al Palazzetto
dello Sport: vi parteciparono 154 atleti di 22 nazioni. L'organizzazione
fu esemplare, grazie all'opera
dell'apposito Comitato presieduto da Ceracchini, ma gli azzurri
non vinsero medaglie. Alla vigilia
delle gare atleti e accompagnatori erano stati ricevuti dal Papa e in Campidoglio.Le
altre grandi manifestazioni internazionali di judo svoltesi in Italia sono
state i campionati europei femminili
del 1980 (Udine) e del 1983 (Genova), gli europei a squadre
del 1979 (Brescia) e del 1982 (Milano), gli europei speranze e juniores maschili
del 1971 (Napoli), i mondiali juniores maschili del 1986 (Roma), i
mondiali militari del 1976 (Ancona) e
del 1985 (Riccione). Il 20 aprile 1970,
alla presenza del Presidente del CONI, s'inaugurò all'Acqua Acetosa
di Roma il I Corso Nazionale per Insegnanti Tecnici di Judo, intitolato a Jigoro
Kano. Il Corso, diviso in cinque turni di una settimana ciascuno, cui parteciparono
complessivamente 340 tecnici, si concluse il 3 novembre 1970.Durante la
cerimonia Zanelli conferì a Onesti la cintura nera ad honorem e a Ceracchini
il 6° dan. Con motu proprio del Presidente, nel 1977 Ceracchini fu promosso
7° dan, il massimo grado mai assegnato in Italia fino ad allora. Nel
1971 l'Avv.Augusto Ceracchini, Vice-presidente federale, con l'appoggio
del Presidente Zanelli e la
collaborazione di Genolini (scomparso nel marzo 1995) varò
l'ACCADEMIA NAZIONALE ITALIANA DI JUDO, la cui sede venne fissata
nella foresteria del Velodromo Olimpico all'EUR. I primi 14 allievi (corso
Alfa) iniziarono le lezioni il 12
settembre 1971 e il 23 novembre furono ricevuti in udienza
da Papa Paolo VI, che rivolse loro cordiali parole di stima: "Abbiamo
letto il regolamento e i programmi: ne abbiamo ricavato l'impressione di
una serietà, di una, quasi diremmo, ascetica norma di vita e di studio,
per raggiungere la completezza umana,
scientifica e agonistica, necessaria per svolgere
domani, in modo adeguato, la vostra attività".
Nel
marzo 1974 l'Unione Europea di Judo riconobbe l'Accademia quale sua istituzione
ufficiale. Sempre nel 1974 l'Assemblea
federale straordinaria mutava il nome della FIAP in FEDERAZIONE
ITALIANA LOTTA PESI e JUDO. Dal marzo 1981 la FILPJ Mario
Vecchi un secondo e un terzo posto agli europei, Mario Daminelli e Yuri Unica
medaglia maschile ai campionati mondiali dopo l'epoca Gamba-Mariani.Ma
il judo non è solo agonismo: come sosteneva Kano, è KATA (forma), ovvero
la grammatica, e RANDORI (esercizio
libero), ovvero la sintassi. E' bene, a mio parere,
non dimenticare mai che il judo è molto di più di uno sport. A questo proposito
mi piace ricordare le parole di Guniji Koizumi: "Lo
scopo ultimo del Judo è l'unione armonica degli opposti nella realtà
della Vita. In altre parole, il Judo
realizza l'unione dell'Uomo e della Natura". Nella
seduta del 21 giugno 1985 il Consiglio Federale accolse anche il ju-jutsu
e l'aikido
tra le discipline controllate dalla FILPJ in quanto complementari del
judo, "finalizzate alla difesa
personale e all' arricchimento tecnico e culturale". Nel
1992 il Settore Judo contava 1.187 società con 64.271 tesserati ( di cui
1.230 nel jujitsu e 1.665 nell'aikido),
2.364 insegnanti e 658 ufficiali di gara. Come tutti sappiamo,
con la recente inclusione del Settore Karate, la nostra Federazione si è trasformata
in FILPJK. Due
date importanti, per concludere: 25 aprile 1990, inaugurazione del PALAZZETTO
FILPJK, e 18 dicembre 1992, inaugurazione del CENTRO di PREPARAZIONE
OLIMPICA.
Un
complesso magnifico, quello di Ostia, destinato a lasciare una traccia
indelebile non
solo nella storia della Federazione, ma nella storia urbanistica della
capitale. Questi appunti sono frutto di una più vasta ricerca, in parte
pubblicata nel volume FILPJ: "90
anni di storia" (1902-1992), edito dalla Federazione, nel "Breve
prontuario per aspiranti tecnici di
judo", edito dal Comitato Regionale Laziale, e nelle
riviste 'Athlon', 'Judo', 'Lancillotto e Nausica',' Spaziosport ', 'Sportivo',
'Sportmese',
il tutto aggiornato al giugno 1995.
|