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Nel contesto delle motivazioni etiche del
bujutsu, la dottrina delle arti marziali contiene tanti riferimenti a quella particolare setta buddista conosciuta in
Giappone come Zen che è necessario aggiungere qualche nota per illustrare, sia
pure brevemente, la natura e la portata del rapporto che si afferma esistesse tra
Zen e bujutsu. Si sostiene in genere, infatti, che lo Zen costituisse il fondamento
delle arti marziali nel Giappone feudale, che fornisse alla dottrina del
bujutsu una teoria ed una filosofia per spiegare e giustificare la pratica delle arti marziali, e che
offrisse al bujin discipline appropriate per sviluppare un carattere forte ed una
personalità. Sappiamo, per esempio, che i bushi frequentavano i templi buddisti e
le loro sale di meditazione dove «nobili signori e cavalieri si ritiravano periodicamente
per prepararsi con la meditazione alla loro vocazione militare»,
(Dumoulin, 188). Queste sale venivano chiamate dojo, «il nome di un luogo dedicato
ad esercizi religiosi, e il suo significato sanscrito originario,
bodhimandala, è luogo d'illuminazione» (Suzuki, 128). Questo nome venne adottato dal bujin
giapponese per identificare tutte le sale in cui egli praticava il
bujutsu, ed ancora oggi il termine viene usato per indicare il luogo in cui viene insegnata e praticata
una particolare derivazione del bujutsu, come il judo, il karate, l'aikido, il kendo
o il kyudo. Suzuki ci riferisce che un altro nome adottato dal
bujin e attinto nella ricca nomenclatura dello Zen era
osho, che significava «maestro o insegnante, upadhyana in sanscrito, che è il titolo dato comunemente al sacerdote buddista»
(Suzuki, 127). Questo titolo «si estese poi a tutti i maestri, sia della lancia e della
spada, indipendentemente dalle loro qualificazioni buddiste».
Sappiamo inoltre che molti sacerdoti dello Zen si recavano in vari centri o
risiedevano in dimore in cui istruivano i «signori della guerra» ed i loro subordinati
nelle discipline mentali del controllo e dell'integrazione. Dal periodo Kamakura
alla fine del periodo Tokugawa, il rapporto tra lo Zen ed i guerrieri era cresciuto
fino a permeare l'intera cultura feudale del Giappone. Di conseguenza, si riflette
in quasi tutte le arti e in quasi tutti i mestieri principali del paese, giustificando cosi l'affermazione che ancora oggi nessuna scuola del buddismo può
essere considerata «completamente giapponese» quanto lo Zen (Suzuki, 346).
Questa particolare scuola del buddismo aveva avuto origine, secondo alcuni
studiosi, dalla reazione all'astratto intellettualismo ed
all'astrusa metafisica della dottrina Mahayana. Costituiva quindi un tentativo di ritrovare la semplicità primitiva
della versione Hinayana del buddismo, ed il suo fine primario era «restaurare
l'esperienza dell'inseparabilità originale, il che significa, in altre parole, ritornare
allo stato originale di purezza e di trasparenza» (Suzuki, 359), per conseguire la
conoscenza suprema o illuminazione (satori) e, di conseguenza, la liberazione
finale dalle pressioni e dalle sofferenze dell'esistenza. Il fine supremo
dello Zen, perciò, come lo era stato per la sua antica matrice nel vangelo esposto
dal Buddha, era acquisire una visione dell'essenza della realtà per distinguere ciò
che era vero da ciò che era falso (cioè i noumena dai fenomeni) e la retta via dalle
molte strade sbagliate che continuamente conducono l'uomo all'incoerenza ed al
disordine. Originariamente lo Zen, come le versioni primitive del buddismo, predicava
un intenso rispetto e un profondo amore per tutte le forme di vita. Per
esempio, i sacerdoti dello Zen portavano il tipico scacciamosche per allontanare gli
insetti prima di sedersi in qualche posto, onde non schiacciarli involontariamente,
e uno speciale pezzo di garza per filtrare l' acqua prima di berla per salvare «le
piccole creature» dal pericolo di venire inghiottite inavvertitamente. Per loro, la
vita era la stessa ovunque, indipendentemente dalle forme che poteva assumere.
Secondo i principi fondamentali del buddismo e delle sue sette, consideravano le
distinzioni, da noi conosciute nella storia scritta, come un mezzo insoddisfacente
con cui l'uomo cercava di rassicurarsi contro i terrori dell'esistenza, per poi ritrovarsi
comunque prigioniero di terrori creati da lui stesso. Lo Zen aveva il suo metodo per arrivare al «nocciolo della realtà», alla «verità».
Per dirla con le parole di uno dei massimi teorici del buddismo Zen, questo
metodo «consiste nel vedere direttamente il mistero del nostro essere che, secondo
lo Zen, è la realtà stessa» (Suzuki, 218) . Questo esame, questa ricerca introspettiva, costituiva uno dei principali sentieri
della salvezza offerti negli antichi insegnamenti del Buddha. Veniva chiamato
dhyana, una parola che significava meditazione. Si diffuse in Cina, dove venne
conosciuto come ch'an; e poi, giungendo in Giappone,
dhyana divenne zen. La concentrazione mentale sui vari aspetti della realtà e (quando la mente era
disciplinata e meno soggetta a diversioni sensoriali o psicologiche) , la profonda
meditazione su tali aspetti per comprendere la totalità della realtà diventarono i
segni distintivi dello Zen e la sua disciplina e la sua tecnica primarie. Seguendo
l' esempio di tante altre sette buddiste che avevano cercato la solitudine quale
ambiente più appropriato alla meditazione, i sacerdoti Zen si organizzavano in
monasteri (generalmente lontani dalle città grandi e piccole); e la loro storia si
fonde con quella degli altri ordini militanti di quell' epoca. Tuttavia, a differenza
di altri ordini buddisti, il loro disprezzo per l' erudizione libresca e l'estrema
semplicità dei loro riti erano una caratteristica che, almeno inizialmente, li distinse
da tutti gli altri. Sembra che i capi dello Zen dei primi periodi fossero eruditi
disincantati dell' inefficienza della conoscenza scolastica
sulla ricerca della verità e che si erano perciò rivolti all' io e alla realtà. per «vedere» e «comprendere» più
chiaramente. Essi incoraggiavano i loro seguaci meno istruiti a fare lo stesso, esortandoli
a non cercare di studiare le cronache scritte che attestavano la lotta
dell'uomo per creare una memoria sociale. Perciò persone d'ogni classe e rango
subirono il fascino di questa dottrina diretta e semplificata a loro congeniale, che
eliminava le barriere scolastiche erette dalle classi superiori e dai letterati per conservare
le loro posizioni privilegiate. Ognuno, indipendentemente dal fatto che,
fosse capace di leggere, scrivere o capire la parola scritta, poteva conseguire l' illuminazione
mediante la meditazione, sotto la guida di un osho esperto
nell'assistere il neofito nel compito di mantenere costantemente il flusso della
coscienza su di un dato obiettivo, per identificarsi alla fine con esso, e per suo
mezzo con l'immensa verità che contiene ed anima tutta la vita.
Le tecniche della meditazione e della concentrazione venivano sviluppate e affinate
mediante molti esercizi d'integrazione, parecchi dei quali comportavano
l'uso del hara ed i relativi esercizi di respirazione addominale. Accrescendo la
vitalità e la forza del neofito, aumentava la sua capacità di concentrare le energie"
mentali sulla ricerca introspettiva della verità: una verità che, nello Zen, si trova
principalmente in se stessi. I risultati di queste pratiche prolungate nei monasteri
Zen erano impressionanti e sorprendenti quanto quelli di pratiche e discipline essenzialmente
simili adottate dagli adepti dello shugendo, gli yamabushi.
Un uomo perfettamente versato nelle tecniche della meditazione e della concentrazione poteva
isolarsi completamente dalla realtà di cui faceva parte, per
diventare inaccessibile ad ogni sorta di sollecitazioni esterne, come il disagio fisico,
il dolore e, infine, anche la morte. Un abate particolarmente energico, Bodhidharma
(in giapponese Daruma), primo patriarca della setta Zen, per esempio, secondo
la tradizione trascorse anni ed anni in meditazione silenziosa, sempre rivolto
verso lo stesso muro del tempio: venne soprannominato «il Brahman che guarda il
muro». Si narra inoltre che, quando i guerrieri di Nobunaga incendiarono il
monastero di Erin-ji nel 1582, l'abate Kaisen guidò i suoi monaci tra le fiamme
con queste famose parole: «Per una meditazione pacifica, non abbiamo bisogno di
recarci tra le montagne ed i ruscelli; quando i pensieri sono acquietati, lo stesso
fuoco è freddo e rinfrescante» (Suzuki, 79). Non c'è quindi da stupirsi che i
guerrieri, sempre affascinati professionalmente dai vari modi di affrontare la
morte con indifferenza e disprezzo, giungessero a credere che i maestri dello Zen
«scherzassero con la morte» (Suzuki, 78). Questa interpretazione stoica del
buddismo, com'è comprensibile, non era molto popolare nel Giappone dell'epoca
pre-Kamakura (cioè dall'inizio del periodo Nara al tardo periodo Heian), quando
la corte dell'imperatore, nella vecchia Kyoto (con i suoi eruditi confuciani e i
metafisici sacerdoti buddisti), abbagliava il paese con il suo splendore. Ma come
«la brusca virilità dei guerrieri del distretto di Kwanto era proverbiale, in contrasto
con l' eleganza e la raffinatezza dei cortigiani di Kyoto» (Suzuki, 30) , questo tipo
di buddismo divenne ben presto molto popolare presso la casta emergente dei
soldati, che avevano già incominciato l'ascesa verso i vertici del potere. Come
spiega Suzuki, «dato che la mente del militare è relativamente semplice e
questa è una delle qualità essenziali del combattente e non è dedita al filosofare,
trovò nello Zen uno spirito congeniale. Probabilmente questa è una delle
ragioni principali dello stretto rappono tra lo Zen e i samurai» (Suzuki, 61-62).
I buke si dedicarono allo Zen, più che alle altre scuole del buddismo, per
trovare modi di rafforzarsi per affrontare gli orrori della loro professione e, in
generale, i terrori dell'esistenza. Data la natura di questa setta, non era evidentemente
(come hanno ritenuto ceni studiosi) il desiderio di sondare I' erudizione
profonda a spingerli verso lo Zen. Si è affermato che «la conoscenza dei libri» era
«virtualmente un monopolio del clero» nel Giappone feudale (Harrison, 141) e
che, di conseguenza, i guerrieri dovevano trasformarsi in sacerdoti per attingere alle
fonti della conoscenza scolastica accessibile a quel tempo, che era necessaria alla
loro classe per imporre e mantenere il dominio politico e militare sul paese. È
molto dubbio, comunque, che in questo potessero essere di grande aiuto quasi
tutti i sacerdoti dello Zen. Infatti, dato l'anti-intellettualismo prevalente nel
Giappone feudale, com'era possibile che i sacerdoti Zen (sostenitori della teoria
della percezione non intellettuale e dell'inutilità dell'erudizione libresca) aiutassero
i guerrieri nei campi della tradizionale cultura classica? I guerrieri, dopotutto, non
sono mai stati famosi come grandi filosofi o eruditi. Dediti alla dimensione violentemente
pragmatica della realtà umana, e impegnati da secoli nell'esercizio del
potere politico e militare, solo in pochi casi trovavano il tempo per dedicarsi alla
letteratura. Anche in tempi di pace relativa (per esempio dopo l'ascesa al potere di
Ieyasu), la preparazione letteraria dei guerrieri, come ci dice Koike Kenji nel suo
Nìsshinkan, era di qualità superiore soltanto per quanto riguardava un numero
limitato del bushi del rango di kyunin. Ma i ranghi inferiori dei koyakunin (kacht),
che comprendeva la grande armata dei fanti e degli ufficiali in servizio permanente,
erano generalmente trascurati in fatto di cultura, tanto che uno di loro
era considerato «istruito» se aveva letto almeno i Cinque Classici.
Il contributo più imponente dato dallo Zen al bujutsu era, naturalmente, lo
sviluppo dei poteri intuitivi della personalità umana. L'intuizione, in contrapposizione
all'intelletto e alla razionalità, era già un canone cardinale dello Zen,
poiché i suoi maestri credevano che l'intuizione fosse il modo
più diretto per arrivare alla verità. Per un uomo
esposto continuamente al pericolo, l'intuizione era la
qualità che il combattente giapponese dell' epoca feudale
riteneva opportuno sviluppare particolarmente, per poter
reagire
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immediatamente alle sollecitazioni di una realtà pericolosa senza indugiare a riflettere e a soppesare i dubbi. Come si è
osservato in precedenza, discutendo la teoria del haragei, lo Zen era una delle
principali fonti d'ispirazione per quanto riguarda i metodi di sviluppare e mantenere
tali atteggiamenti mentali di calma olimpica e di nitida percezione, conosciuti come
tsuki-no-kokoro «<una mente calma come la luna»)' intuizione' (intesa nel haragei
dello Zen) si affinava ancora di più mediante la
centralizzazione addominale e, come possiamo vedere richiamandoci ai testi classici del
bujutsu, il suo sviluppo contribuiva ad assicurare l'indipendenza mentale e la concentrazione
della volontà tramite il vettore della meditazione disciplinata; Veniva ulteriormente
rafforzata e sviluppata per mezzo della pratica della respirazione addominale,
una tecnica che divenne presto caratteristica di tutte le manifestazioni più
alte della cultura giapponese dopo il periodo Kamakura. La cultura, bisogna
ricordarlo, era dominata dai guerrieri e, per loro tramite, dalle forme militanti
dello Zen, dalle sue discipline e dalle sue tecniche. Acker scrisse che «l'idea dell'opportunità
di una respirazione addominale regolare e profonda, producente una
concentrazione di energia nervosa nel hara o ventre, si introdusse ben presto in
ogni arte e in ogni professione superiore» (Acker, 46). Questa tecnica, in effetti,
era antica quanto l' Asia stessa. Nell'antica India, la relazione tra la respirazione
«pranica» (cioè il respirare quella vita cosmica di cui l'uomo è un' espressione) e la
respirazione «fisica» veniva considerato in pratica identità (Lasserre, 51). Questa
respirazione, infatti, secondo Durckheim, riverberava non soltanto attraverso il
Centro dell'uomo, il hara, ma anche in tutto il suo spirito e, in generale, in tutto
il Creato. Da un altro punto di vista, la respirazione coinvolgeva la reazione dell'uomo
all'ambiente ed il suo interscambio con questo. Più la respirazione era
completa, e più l'uomo era maturo e realizzato. Influenzava non solo la condizione
fisica, la salute e il benessere generale di un uomo, ma anche il suo modo di
pensare e l'orientamento generale della sua vita «l'intero atteggiamento
dell'uomo verso la vita», come si espresse Durckheim, «si rifletteva» nel modo in
cui egli respirava. Negli antichi testi buddisti e taoisti, sono ricordati quattro tipi
di respirazione: al livello delle spalle, poi del petto, quindi del basso addome e,
infine, delle dita dei piedi. Come osservò Gluck, «al guerriero interessano i primi
tre. Respirare con le dita dei piedi» veniva lasciato ai filosofi (Gluck, 24).
I classici cinesi avevano notato il cambiamento di enfasi e di significato che aveva
avuto luogo nella loro evoluzione via via che questi concetti della respirazione
venivano trapiantati dalle dimensioni interiori e metafisiche della cultura indiana
alle culture esteriorizzate e pr1gmatiche della Cina e poi del Giappone.
Chwang Tze sembra aver notato che l'armonia della respirazione è tipica
della mente calma, poiché dice: «I saggi antichi non sognavano quando
dormivano. Il loro respiro era silenzioso e profondo. Il loro respiro proviene
dalle dita dei piedi, mentre gli uomini in generale respirano soltanto dal
petto». Comunque, contare i respiri era un espediente per calmare la mente
e nei sutra dello Zen venivano fornite regole complesse, ma i maestri cinesi
e giapponesi non vi attribuivano la stessa importanza dei maestri indiani.
(Judo Kodokan, gennaio 1959). Il combattente del Giappone feudale, naturalmente, era ancora
più vicino alla superficie della sua cultura, e il suo interesse per la respirazione addominale era
chiaramente il più pragmatico e pratico di tutti. Egli dipendeva da un severo
controllo mentale e da slanci istantanei di energia per compiere i suoi doveri
professionali di bushi; e se era un bujin, aveva esigenze analoghe per poter combattere bene. Lo Zen lo aiutava a sviluppare parecchi metodi di respirazione
addominale che, come si è notato, permetteva a «un vero Samurai di attraversare
il ponte Gojo a Kyoto in un solo respiro (il ponte Gojo era lungo 73 metri»>
(Leggett, 64). E soprattutto gli permetteva di esplodere in piena azione con forza
devastante, espressa solitamente tramite la pienezza concomitante di un kiai o
«grido dello spirito».Le tecniche della respirazione addominale adottate dalle varie scuole di
bujutsu tra i moltissimi metodi esistenti nella cultura giapponese in particolare e, in
generale, nella cultura cinese e indiana, venivano naturalmente manipolate o
alterate in modo drastico dal bushi per trasformarle nel veicolo perfetto per
sviluppare il hara come Centro di quel controllo psicologico e di quell'energia che
egli avrebbe usato in combattimento per controllare le armi e le tecniche impiegate
al fine di sopraffare le resistenze dell'avversario e causarne la sconfitta. Molte
delle tecniche della respirazione addominale usate nelle scuole del
bujutsu scomparvero con le scuole stesse, perché la politica di segretezza adottata fece degenerare
quasi tutti i loro metodi di respirazione in rituali rappresentativi dello
pseudomisticismo tipico dell'ultranazionalismo militante, o li fece scomparire
completamente. In pratica, la principale preoccupazione del
bujutsu venne espressa chiaramentea Harrison dal maestro Kinishige: lo sviluppo dell'energia attiva del bujin nella
dimensione concreta della sua realtà del combattimento che, come osservava quel
maestro, differiva nello scopo della dimensione contemplativa estatica del mistico
dello Zen e che, di conseguenza, doveva differire anche come tecnica.
Dai molti riferimenti sparsi nella dottrina delle arti marziali risulta che, nel
complesso, il bujin aveva preso dalle versioni nipponizzate dello zen ciò che
pensava lo aiutasse a diventare un combattente più efficiente, per fare meglio ciò
che la sua professione gli imponeva di fare: servire il suo signore con la massima
concentrazione, combattere bene e morire bene se era necessario. Perciò le forme
giapponesi dello Zen evitavano scrupolosamente i trabocchetti intellettuali del
dubbio e dell'interesse per quei principi universali che si trovano solitamente nei
sistemi superiori d'etica legati all' esistenza umana. Esse offrivano invece al
guerriero tecniche appropriate (meditazione, concentrazione, centralizzazione interiore,
estensione dell'energia, respirazione, eccetera) per migliorare la sua
personalità e le sue capacità professionali. Lo Zen gli forniva anche le teorie del
combattimento ideate da maestri come Takuan e Dokyo Etan, che univano gli
elementi della forza di volontà, delle forze nascoste e di quella reattività istintiva
solitamente presente in condizioni dispersive nel subconscio umano (controbilanciata
dalle facoltà consce, razionali), al fine di scatenarle in modo totale ed esplosivo
nel «momento della verità», per quanto questo momento fosse immediato e limitato in combattimento.
La coordinazione istintiva di questa interpretazione semplificata dello Zen
adottata dal bushi (e da molti combattenti del Giappone feudale in genere) era
perciò fortemente qualificata e limitata dalla sua stessa specializzazione pratica.
In generale, lo Zen veniva usato semplicemente per migliorare il carattere pragmatico,
politico e utilitaristico del bushi, anziché per aiutarlo ad espandere la sua coscienza
oltre i confini limitati della spada e della lancia.
Infine, secondo Shioda Gozo, lo Zen sembra avere influenzato lo stile della
documentazione delle tecniche dei vari ryu del bujutsu. Il compito di metterle per
iscritto, di conservarle nei documenti gelosamente custoditi in ogni scuola e
trasmessi soltanto di padre in figlio, era di solito assegnato ad un sacerdote Zen che
risiedeva in un monastero vicino, quando non veniva espletato dallo stesso maestro
della scuola, che era spesso un mistico militante, esperto nelle immagini astruse ed
estremamente allegoriche dei testi dello Zen.
Il fine fondamentale dell'impiego delle tecniche dello Zen, naturalmente, non
era di fornire al bushi un sistema etico che, se fosse stato legato anche lontanamente
al vangelo originario di Gautama Buddha, sarebbe stato necessariamente
e intrinsecamente in contrasto con la natura violenta della professione di guerriero.
Ancora oggi si discute accanitamente se lo Zen ha o no un messaggio etico da
impartire. Suzuki, che fece tanto per spiegare lo Zen giapponese ai lettori
occidentali, per esempio, sembra fosse dell'opinione che, in
rapporto alla condotta morale, lo Zen aveva poco o nulla da aggiungere al codice di fedeltà e dì
obbedienza che governava la vita del samurai. Egli ha scritto, infatti:
Lo Zen non discuteva necessariamente con loro dell'immoralità dell'anima
o della vita o della via divina o della condotta morale, ma semplicemente
li esortava a continuare secondo la conclusione razionale o irrazionale già
raggiunta. La filosofia può rimanere con la mente intellettuale; lo Zen
vuole agire, e una volta presa una decisione, l'azione più
efficace è andare avanti senza voltarsi indietro. Da questo punto di vista, lo Zen è veramente
la religione del guerriero samurai (Suzuki, 84) .Può apparire sorprendente che una dottrina come lo Zen, radicata in uno dei
sistemi morali più fertili del mondo, il buddismo, potesse essere diventato cosi
privo di considerazioni etiche, al punto di incoraggiare il suo contrario, sotto
forma di violenza sistematizzata. Lo stesso Suzuki si rese conto del dilemma e lo
affrontò, senza risolverlo, nel brano seguente: sebbene lo Zen non li abbia mai incitati attivamente a continuare la loro
professione violenta, li ha sostenuti passivamente quando essi, per una ragione
qualsiasi, l'hanno abbracciata. Lo Zen li sosteneva in due modi, moralmente e filosoficamente. Moralmente, perché lo Zen è una religione che
ci insegna a non guardarci indietro, una volta decisa la strada da prendere:
e filosoficamente, perché tratta con la stessa indifferenza la vita e la
morte (Suzuki, 61) .Lo stesso dilemma è stato affrontato da altri autori, come ad esempio Harrison,
il quale sembra aver dubitato fortemente a sua volta dell'esistenza o almeno dell'influenza
di questo aspetto «etico» dello Zen in rapporto al bushi.
Come metodo di cultura morale e intellettuale, lo Zen, fin da tempi lontanissimi,
è stato studiato in Giappone dalla classe dei Samurai, e a questa
circostanza, senza dubbio, si può attribuire la credenza comune che i segreti
di tutte le varie arti marziali non si possano acquisire senza una completa
conoscenza dello Zen. Tuttavia, è da vedersi se lo Zen abbia veramente
qualcosa da insegnare al samurai a questo riguardo (Harrison, 140).
In sintesi: lo Zen godeva di una grande popolarità presso i samurai perché offriva loro
una disciplina che rendeva sopportabile il combattimento, e alcune speciali
facoltà psicologiche, come scagliare una freccia, come ingaggiare un corpo a
corpo con le maggiori speranze di successo. Dietro tutto questo stava una filosofia: ma ciò che veniva richiesta era solo la meschina abilità sanguinaria (Stacton, 30) .
Naturalmente, vi era un'altra, superiore versione dello Zen, una filosofia
d'equilibrio e di integrazione, che rispecchiava i criteri più elevati della sua matrice
metafisica. Ma non possiamo diffonderci su tale versione in questa sede, entro
l'ambito limitato delle arti marziali come discipline militari,
poiché comporta una più vasta dimensione etica della realtà dell'uomo... dell'uomo cioè, come membro
della razza umana e non come una «macchina da guerra» specializzata e limitata.
tratto
da " I segreti dei samurai"
di
Oscar Ratti e Adele Westbrook
ed.
Mediterranee
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