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Più volte è stata sottolineata l'importanza di produrre, nella pratica e per la pratica, una condizione di vuoto mentale, espressione di una raggiunta conciliazione tra le diverse componenti umane, esse stesse parti integranti della armonia dell'intero universo. Che nessuno si senta in colpa se tutto ciò dovesse risultare una mera, pia illusione. Ho ascoltato io stessa, durante una stage a Roma, uno dei più stimati Maestri giapponesi, 7°Dan, oggi in Italia, affermare, con tono quasi canzonatorio, che lui stesso non si è mai sentito in "armonia con l'universo", ma che ciò che conta, e che è lo stesso, è intraprendere la direzione giusta e tanto per cominciare, è sufficiente provare a sentirsi in armonia con il proprio compagno di pratica. Un approccio squisitamente occidentale, direi, quasi galileiano, vista la fiducia accordata all"esperimento". Il vuoto mentale ed il senso di compiutezza e di esistenza di cui parla Ueshiba credo abbiano molto a che fare con il concetto dell 'Io nel Buddhismo Zen. Dovremo sforzarci di abbandonare lo schema
classico: la conoscenza implica sempre una dicotomia il conoscente e l'oggetto conosciuto. La conoscenza dell'Io per la concezione Zen è possibile solo quando abbia luogo l'identità di soggetto ed oggetto ma non nel senso del giudizio tetico di Fichte, A=A;Io=Io. E' questa una verità sterile, una identità vuota perchè la riflessione non è intuizione ed io sò di esistere ma non sò che cosa veramente sono. L'Io deve, dunque, scoprire se stesso senza passare per i processi di oggettivazione. Secondo de Rougemont è impossibile per gli occidentali, fintantochè si riallaccino alla tradizione storico-teologica del Dio-uomo uomo-Dio, trascendere il dualismo inerente alla propria persona <<"...in luogo di guardare nella natura della persona dall'interno e di prenderne possesso, si travagliano nello sforzo di riconciliare oggettivamente i conflitti dualistici che scorgono sul piano intellettuale"...>> Se la scienza e la logica sono obbiettive e centrifighe, lo Zen è soggettivo e centripeto. Joshu
Jushin (778-897) fu una volta interrogato da un monaco: "Che cosa è il mio Io?". "Hai finito il tuo pasto del mattino?". "Si, l'ho finito". Gli disse allora Joshu: Se è così, lava la tua ciotola". Il mangiare è un atto, il lavare è un atto , ma quel che vuole lo Zen è l'agente stesso, è colui che mangia e colui che lava, quello che compie l'azione di mangiare e di lavare. L'Io dello Zen non deve quindi riconoscersi nelle azioni o ricercare le prove della propria esistenza nelle cose o nel riconoscimento dell'altro come accade per molti autori della filosofia occidentale. Questo perchè l'Io dello Zen è soggettività assoluta ed elude perciò ogni nostro sforzo rivolto a localizzarlo in qualche luogo oggettivamente definibile. E' molto importante riuscire a non avere più una immagine di sè intellettualmente quantificabile e qualificabile allo scopo di evitare la "pre-settorializzazione" dello spazio-
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come accade nelle nostre
rappresentazioni volontarie. Ueshiba scrive: <<Vincere significa elevarsi al di sopra del pensiero di discordia che nutri al tuo interno>>....o anche: <<Chi ha una mente corrotta, ove la discordia la fa da padrona, è sconfitto fin dall'inizio. E' difficile pensare ad una interpretazione che chiami in causa sentimenti cristiani ed evangelici...La corruzione e la discordia sono per Ueshiba il dualismo e la separazione, da se stessi e dalla natura, dall'universo al quale apparteniamo. Il razzismo, l'aggressività, le discriminazioni nascono dall'avvertire un senso di diversità e quasi sempre di superiorità nei confronti dell'altro. Ciò che bisogna rifuggire è dunque una rappresentazione intellettuale di sè lasciando che la coscienza corporea, ciò che ho sentito definire "Il corpo filosofo, "percepisca le modalità dello spazio che ci circonda e la natura della energia e dell'attività dell'altro...nel nostro caso del nostro ukè o del torì che la tecnica ci consente di sperimentare. Andrè Cognard scrive che la modificazione del proprio spazio interiore, presupposto della ricollocazione del proprio corpo nello spazio e rispetto alla posizione e velocità , direzione del movimento del nostro compagno di pratica, passa obbligatoriamente attraverso un cambiamento respiratorio perchè è anche la respirazione che definisce la struttura spaziale interiore. Secondo il mio pensiero ciò accade perchè la respirazione è si un atto volontario ma è anche una pulsione, la più forte la più violenta che sia volontariamente controllabile ma anche emotivamente influenzabile...come dire per usare una metafora che aiuti a capire ha la valenza del simbolo nel linguaggio....il simbolo comunica e rimanda..ma
lascia intuire, solo intuire il proprio senso inesprimibile. Il corpo, dunque, esprime un messaggio coerente, confluenza di tutte le attività da questo espresse: microcircolazione degli umori, battito cardiaco ecc. .tutte finalizzate all'unico imperativo <vivi>. E' il corpo che consente di riconoscersi in una entità unica ed è la coerenza di questo messaggio a determinare la psiche come coscienza nel momento in cui ogni processo ed ogni movimento esprimono e quindi determinano un tempo psichico ed uno spazio nel quale il movimento si compie. La perdita o la mancanza della percezione della coscienza dei limiti del proprio corpo sono osservati in gravi malattie mentali quali l'autismo a conferma della necessità di una completa interazione corpo-mente a garanzia di una buona salute psichica e mentale .....<<Possiamo dire che l'Aikido è un metodo per spazzar via le entità malvagie servendoci della sincerità del nostro respiro invece di una spada....>> m° Ueshiba
Angela D'Alessandro
Shizentai Dojo Lauria
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