L’aikido come linguaggio, lingua, dialetti, ideoletti

“C’è una domanda ricorrente intorno all’aikido, sia tra gli osservatori esterni che tra i praticanti dei vari livelli, che riguarda l’interpretazione delle differenze tra le varie scuole, tra i vari stili. La stessa domanda, naturalmente, attraversa le comunità degli altri praticanti di arti marziali, e quindi anche le considerazioni che seguono possono essere estese, con i dovuti adattamenti del caso, alle altre discipline. Spesso ci si chiede il perché della diversità di forme, di movimenti, di postura del corpo che si può osservare tra i maestri e –di conseguenza– tra i rispettivi gruppi di allievi.

Il principiante, o addirittura chi sta ancora pensando di cominciare, si chiede quale sia la scuola migliore. Qualche volta è alla ricerca della vera scuola, e in qualche caso troverà anche qualche praticante o istruttore che gli dirà che la propria è l’unica autentica linea di trasmissione della disciplina, la sola che ha mantenuto la purezza dei principi fondativi e della tradizione. Simmetricamente, può trovare qualcuno che affermerà che quella a cui appartiene è la migliore perché è quella che più di tutte ha saputo evolversi per adattarsi alle esigenze contemporanee.

Superata questa fase comparativa, il praticante medio, a prescindere dei livelli, è naturalmente convito che la sua sia la scuola migliore, che quello con cui si allena è il maestro più bravo possibile e che il maestro del suo maestro (quello che magari vede una o due volte all’anno per il raduno periodico) sia il più grande del mondo, almeno tra quelli viventi.  E tuttavia, anche così, il confronto è inevitabile: come spiegarsi quegli spostamenti diversi, quelle forme apparentemente strane, quella differente inclinazione del corpo che mostrano i praticanti delle altre scuole? E’ possibile che siano tutti spiegabili come “errori”, o nella migliore delle ipotesi delle sopravvivenze di cose ormai superate? E poi, le differenze sembrano tante perfino nel modo di chiamare le tecniche, negli esercizi di preparatori, addirittura nel saluto iniziale e finale. Viene perfino il dubbio: se le varie scuole non si capiscono tra di loro, stanno ancora praticando la stessa disciplina?

La spiegazione di questo fenomeno, quello della pluralità delle pratiche e delle teorie che riguardano l’aikido, può e deve essere ricercata con un atteggiamento (e auspicabilmente con un metodo) storico e filologico, ossia ricostruendo i fatti della storia ormai non tanto breve dell’aikido (che cosa hanno detto e fatto veramente O Sensei e i suoi allievi diretti e indiretti), così come i fenomeni che riguardano la sua trasmissione nel tempo (a quali persone, strumenti, supporti, codici, consuetudini, istituzioni è stata affidata la trasmissione della disciplina). Questo approccio, peraltro indispensabile e perfino inevitabile, non è molto soddisfacente, anche al di là della difficoltà della documentazione, se non si comprende la natura del fenomeno di cui stiamo parlando. Sia la visione storica che quella filologica, che naturalmente interagiscono tra di loro, non sono infatti univoche, ma per natura interpretative. Esse portano quindi a risultati fondati e importanti, ma parziali, che devono essere inseriti una visione globale del fenomeno.
Si ritorna quindi alla domanda di base: che cosa è l’aikido e come si manifesta nella pratica? Possiamo individuare un aikido buono e un aikido scadente? Un aikido vero e uno finto (o almeno deteriorato, corrotto, parziale)?

L’esperienza personale e professionale mi ha spinto sempre più a considerare l’aikido (così come le altre arti marziali) come un linguaggio. Altre letture complessive del fenomeno –ne sono sinceramente convinto– possono essere altrettanto  appropriate e soddisfacenti, ma è innegabile che l’aikido è interpretabile come uno strumento di relazione tra due o più esseri umani, basato su regole di interazione e finalizzato allo scambio di informazioni in vista di un obiettivo.  Naturalmente i linguaggi non sono tutti della stessa natura e non si prestano tutti agli stessi obiettivi, per cui vanno colti sia i tratti comuni che le specificità e le differenze di ciascuno. L’aikido, ad esempio, come tutte le discipline di combattimento, parte da una “domanda” che è sempre finalizzata al nuocere all’interlocutore (dal controllare contro la sua volontà fino all’uccidere); l’aikido, tuttavia considera come priorità quello che per altre discipline è solo un’eventualità, ossia di “rispondere” agli attacchi senza “corrispondere” con altrettanta volontà di nuocere (il che potrebbe sembrare un’ovvietà, ma a sentire e a guardare tanti akidoka si capisce che c’è bisogno di riaffermarlo ogni tanto).

“Credo di essere consapevole delle differenze e delle specificità dei vari linguaggi e più specificamente delle varie arti marziali, ma ritengo che applicando all’aikido una visione mutuata dalle scienze del linguaggio si affronterebbero certi discorsi in maniera più fondata e costruttiva di quanto si faccia comunemente. Con questa consapevolezza, cercherò di proporre parallelismi tratti dallo studio delle lingue cosiddette naturali, anche perché si tratta del sistema di segni che tutti condividiamo. Poiché l’aikido è un linguaggio che dobbiamo imparare, farò degli esempi riferendomi specificamente all’inglese, che è la lingua che ormai un po’ tutti studiamo (con esiti più o meno felici).
Come per l’aikido, ci si può chiedere: perché ci sono differenze tra vari tipi di inglese? Anche in questo caso, esistono le spiegazioni storico-filologiche, che danno conto del come più che del perché, e soprattutto ci lasciano altre domande. Quale è il vero inglese o almeno quello migliore? Quello dell’Inghilterra? Ammesso che sia così, di quale regione? Oppure, di quale gruppo sociale (quello della classe operaia o quello degli aristocratici)? E poi, possiamo dire che l’inglese degli Stati Uniti non sia vero? E quello dell’Australia?
Talvolta mi sembra che automaticamente qualcuno trasferisca all’aikido una visione delle lingue un po’ troppo tradizionale e limitata (o più precisamente, tradizionalista e limitativa): quella della mia scuola è la lingua più pura; gli altri sono nel migliore dei casi dei dialetti, pieni di errori ed espressioni ridicole.

Oggi sia la linguistica che il buon senso (che si spera almeno alla fine coincidano) ci fanno vedere le cose in modo un po’ diverso e più complesso. La differenziazione in varianti non è una degenerazione, ma un elemento costitutivo delle lingue. Più una lingua è parlata e maggiormente tende a differenziarsi; e l’aikido ormai è un linguaggio che dal Giappone si è diffuso su tutto il pianeta. Anche la nozione di “dialetto” in linguistica non ha più una connotazione negativa, ma indica semplicemente una variante locale. I vari “dialetti” possono essere efficaci, in certe realtà e in rapporto a certi obiettivi, quanto e più delle forme considerate più prestigiose. E non solo in senso pratico e quotidiano, ma anche in quello creativo. Possiamo forse sostenere che le commedie di Pirandello ed Eduardo de Filippo scritte in dialetto siano inferiori ai testi in lingua?
Quello che sappiamo, e che può essere proficuamente trasferito all’aikido, è che una lingua,  nel trasmettersi e mantenersi viva, si trasforma inevitabilmente, nel tempo e nello spazio. Il che non significa che tutte le trasformazioni siano ugualmente valide o destinate ad avere successo. Soprattutto, voglio sgombrare il campo da un possibile equivoco: accettare la differenziazione dei linguaggi non significa privarsi della possibilità e della necessità di valutare e di scegliere.  Tornando all’esempio dell’inglese, non tutte le varianti dell’inglese sono appropriate in tutte le situazioni: non posso parlare ad un inserviente della metropolitana come con il primo ministro. E ancor più, c’è in ogni lingua, al di là delle varianti, una struttura più dura e durevole che permette a ogni parlante di rifiutare come estranee alcune espressioni. Per capirci, in nessuna variante dell’inglese posso usare l’ausiliare essere per un tempo composto attivo, per fare una frase del tipo *I am been. Qualsiasi parlante anglofono sa che questo non è inglese; noi capiamo che è un calco dall’italiano, ossia un trasferimento all’inglese di un criterio improprio.

Sono sempre più convinto che anche nell’aikido occorrerebbe fare uno sforzo per individuare il nocciolo duro della disciplina, “che non sta nelle forme o nei sistemi di allenamento privilegiati da quella scuola o quel maestro, ma nei principi, che dovrebbero essere il linguaggio di base accettato da tutti i praticanti. Gli errori, nelle lingue come nell’aikido, esistono eccome, a prescindere dalla propria tradizione di appartenenza, e come tale andrebbero sempre corretti o almeno individuati come tali (qui l’esigenza di sintesi mi obbliga a semplificare, ma ci sarebbe proficuamente da specificare in dettaglio il parallelismo lingue/pratica).
È normale quindi che di fronte all’inevitabile limitatezza del tempo e delle esperienze che ogni aikidoka sente si apra naturalmente un ventaglio di scelte nell’apprendimento e nella pratica. Anche in questo senso il parallelismo proposto aiuta ad affrontare meglio alcune questioni consuete. Ad esempio in senso diacronico: per dominare l’aikido è necessario conoscere il Daito Ryu e le altre discipline studiate da Ueshiba? Per restare nell’analogia: per parlare bene inglese è necessario o utile studiare l’inglese di Shakespeare? Certo che è utile, ma non è indispensabile e può essere perfino dannoso se non si è capaci di capire le differenza; sconsiglierei di entrare in un pub e augurare il buongiorno dicendo “Good morrow”  come si faceva nell’Inghilterra elisabettiana.

Oppure: dobbiamo cercare di riprodurre l’aikido di O Sensei, cioè il vero e originale aikido? Risposta (posto che la prospettiva di riprodurre Ueshiba sia minimamente verosimile): Luigi Pirandello è stato uno dei geni del Novecento, ma chi oggi scriverebbe un romanzo con la lingua e lo stile di Il fu Mattia Pascal?
È proprio la consapevolezza che esiste un nucleo comune di regole e di principi, una grammatica condivisa che garantisce la sopravvivenza dell’aikido come lingua ben identificata, che permette al praticante di comprendere il senso e il valore delle varie forme proposte, di (ri)conoscerle e valutarle (senza necessariamente decidere di adottarle). Nel contempo, questa stessa consapevolezza dei tratti distintivi dei propri strumenti espressivi  permette di confrontarsi con le lingue, oggettivamente diverse, delle altre discipline di combattimento, di provare a tradurle nel proprio linguaggio aikidoistico (con tutti i problemi, ma anche le prospettive, che la traduzione pone sempre).
Al tempo stesso, la comunità dei praticanti dovrebbe non solo confrontarsi con umiltà e con scrupolo con la pluralità delle tradizioni e delle esperienze, ma ricordarsi che il punto di partenza e quello di arrivo, dal principiante fino al praticante più avanzato,  coincidono nella manifestazione di un proprio linguaggio personale, di un idioletto. Se l’aikido è una forma espressiva, un’arte marziale, il suo obiettivo è quello di dare al praticante, in ogni momento e in ogni fase, i mezzi adeguati per esprimersi, non di indurlo a ripetere fideisticamente forme assolutizzate. In questo rapporto tra disciplina e libertà sta il valore pedagogico che molti maestri giustamente enfatizzano.
Per fare questo basterebbe ricordarsi che qualsiasi linguaggio, compreso l’aikido, non è solo uno strumento per “vedere” il mondo e trasmettere l’esperienza, ma è esso stesso una esperienza nel mondo e del mondo.

prof. Augusto Guarino



6 commenti

  1. Angela wrote:

    Molto originale l’accostamento, quanto giusto, per il semplice fatto che qualsiasi forma di relazione è linguaggio e l’aikido è una forma importante di relazione…non per quella solita storiella dell’armonizzazione, quanto per lo stato interiore, che dovrebbe caratterizzare il praticante, che non consente e prevede scudi, preconcetti ed intenzioni predeterminate: quale migliore premessa per una relazione? Il rispetto della tradizione e dei principi, come sfondo per una personalizzazione e la creazione di una espressività propria, risulta indispensabile per stabilire una relazione e sapere che si sta compiendo il medesimo percorso e la medesima ricerca… indispensabile come la creazione di una propria interpretazione, come il desiderio di dare un proprio senso alle cose. Hai fatto bene Augusto a sottolineare ciò perchè la tradizione non finisca per significare dogma, pensiero cristallizzato ed irriflesso, ma base comune, testimone e custode dei principi, perchè non si finisca come gli sfortunati costruttori della torre di Babele ma diventi garanzia della lecità e della condivisibilità del proprio progetto di lavoro.

  2. Augusto Guarino wrote:

    Purtroppo l’analogia con le lingue parlate ci fa capire anche alcuni pericoli insiti anche nella pratica dell’aikido.
    E’ noto che una delle funzioni del linguaggio è quella di differenziare i gruppi (sociali, professionali, generazionali, ecc.) che lo parlano. Il che, se mantenuto entro certi limiti, ha una funzione positiva, nel contribuire a dare coesione e identità a quella comunità.
    Il pericolo è quello di compiacersi di questa “differenza”, mettendo tra parentesi il fatto di appartenere a una comunità più allargata. Il che può essere evitato ricordandosi che l’obiettivo primario del linguaggio non è quello di favorire la differenziazione, ma piuttosto produrre e scambiare esperienze e informazioni.

  3. Diego Rossi wrote:

    Trovo che sia una riflessione molto profonda, anche perché l’accostamento tra aikido e linguaggio è implicito nel concetto stesso di relazione, che è quasi un sinonimo di linguaggio, per molti aspetti. Allo stesso tempo questo accostamento suggerisce la necessità di una “linguistica” dell’aikido, una grammatologia. Forse la Babele aikidoistica nasce proprio dal fatto che non sono ben chiare le strutture portanti della disciplina, così come manca, di solito, una coscienza delle strutture del linguaggio. In fondo l’intolleranza e la xenofobia nascono il più delle volte proprio da un’insicurezza sulla propria identità: sono barbari (balbuzienti) tutti coloro che non parlano la nostra lingua, perché ci sembra che non parlino, fino a che non ci rendiamo conto che anche la nostra è “semplicemente” una lingua, con delle regole e delle strutture precise. Trovo che non sarebbe male avere una linguistica generale dell’aikido: quali sono i principi fondamentali e individuanti dell’aikido? e quali sono i fonemi e gli stilemi? Ovvero, dove comincia lo stile personale rispetto agli elementi irrinunciabili? Posso parlare malissimo l’inglese, oppure ricorrere ad un perfetto inglese della regina, ma in ogni caso ci sono degli elementi che faranno capire a tutti che sto parlando inglese. In verità è, sul piano teorico, qualcosa di molto complicato: non posso fare a meno di pensare alla Spivak e alle sue riflessioni sulla traduzione. Ma anche senza mettere in mezzo gli studi post-coloniali, basta pensare alla classica esperienza scolastica degli errori grammaticali: “ma però” non si dice, se sei alle elementari, salvo poi scoprire che è un’espressione dantesca, e “imperocché” farebbe storcere il naso a chiunque, ma posso pure utilizzarlo se voglio scrivere un pezzo in stile cinquecentesco. Se poi sono Rimbaud mi posso pure permettere di dare un colore alle vocali e se sono Pascoli mi posso permettere di scrivere “cucù”. Insomma, nell’aikido come nella lingua e come del resto in ogni forma d’arte, l’errore e l’eresia sono sempre a un passo dalla creazione e dallo stile. Posso creare un neologismo azzardato, come una forma bizzarra di shionage, oppure con lo stesso neologismo e la stessa forma commettere un erroraccio imperdonabile. Alla fine è “solo” una questione di gusto: certo, però, avere un’adeguata padronanza di una lingua dovrebbe essere il requisito minimo per lanciarsi in neologismi e/o arcaismi. L’esercizio, forse, è l’unico discrimine.

  4. Augusto Guarino wrote:

    Naturalmente l’analogia tra l’aikido e le “lingue naturali” ha un limite.
    Ad esempio, tutti gli esseri umani apprendono “naturalmente” almeno una lingua (la cosa è un po’ più complicata, ma qui diamola per buona), mentre l’aikido bisogna impararlo. Il che pone subito il problema della didattica. E pone il problema delle “unità” da proporre e da assimilare.
    Quanto è giusto “scomporre”? A quanto pare Il Fondatore era abbastaza favorevole a quello che una volta in glottodidattica si chiamava “metodo globale”: immissione diretta nella pratica. Salvo poi fare lunghi discorsi sulla teoria della disciplina. Un po’ come oscillare tra la pratica linguistica e la filosofia del linguaggio (non ridete; all’università purtroppo c’è chi lo fa).
    In questo senso, tutti gli allievi di O Sensei non l’hanno seguito in questa didattica empirico-filosofica e hanno invece cercato (ciascuno a suo modo) una “grammatica” con cui interpretare e trasmettere l’aikido. Qualcuno continua a considerarlo un tradimento,
    Personalmente sono convinto che non c’era altro modo. Ma possono esserci altre opinioni (o “visioni”)

  5. Francesco De Sio Lazzari wrote:

    “Spesso ci si chiede il perché della diversità di forme, di movimenti, di postura del corpo che si può osservare tra i maestri e – di conseguenza – tra i rispettivi gruppi di allievi.”. Da questa osservazione muovono le considerazioni di Augusto Guarino, che mi sembrano davvero straordinariamente acute.
    Da studioso, egli si pone la domanda essenziale – “che cosa è l’aikido e come si manifesta nella pratica?” -e spazza via con decisione (è la sua scelta preliminare di metodo) le consuete e logore distinzioni tra un aikido buono e un aikido scadente, un aikido vero e uno corrotto o parziale.
    La via da seguire, secondo Augusto Guarino, è quella di considerare l’aikido come un LINGUAGGIO:
    “applicando all’aikido una visione mutuata dalle scienze del linguaggio si affronterebbero certi discorsi in maniera più fondata e costruttiva di quanto si faccia comunemente”. Questa la premessa, precisa, limpida, acuta…
    Sono da leggere con attenzione tutte le analisi che Guarino svolge con cura. Alla fine, una bella conclusione: “Se l’aikido è una forma espressiva, un’arte marziale, il suo obiettivo è quello di dare al praticante, in ogni momento e in ogni fase, i mezzi adeguati per esprimersi, non di indurlo a ripetere fideisticamente forme assolutizzate. In questo rapporto tra disciplina e libertà sta il valore pedagogico che molti maestri giustamente enfatizzano”.
    Una conclusione che è anche un insegnamento (laico!) sul quale occorre riflettere…
    Grazie all’autore!

  6. Augusto Guarino wrote:

    Forse ogni tanto dovremmo tornare a riflettere su questo (ne ho preso solo l’inizio)

    Hannya shingyō: il Sutra del cuore

    Oh Shariputra, la forma non è che vuoto, il vuoto non è che forma;
    ciò che è forma è vuoto, ciò che è vuoto è forma;
    lo stesso è per sensazione, percezione, discriminazione e coscienza.
    Tutte le cose sono vuote apparizioni, Shariputra.
    Non sono nate, non sono distrutte, non sono macchiate, non sono pure;
    non aumentano e non decrescono.
    Perciò nella vacuità non c’è forma né sensazione, né percezione, né discriminazione, né coscienza;

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