Fenomenologia dell’aikido

Rientro in treno dallo stage del m° Luigi Branno, un articolo di Massimo Cacciari su Repubblica mi fa compagnia. E’ su Vico, ma è occasione per un naturale processo di pensiero, un andare all’indietro alla ricerca dell’origine. Scrive Cacciari: “Nessuna scienza senza coscienza della propria origine, nessun logos che non sia fenomenologia: storia della sua “materia” e, in uno, sapere che mostra le forme della sua genesi e del suo apparire… Prima dei filosofi le leggi, prima delle leggi la lingua, prima della lingua la non-lingua. Prima del sum che suona vittorioso nell’io sono-io penso, il sum astrattissimo che dice il mangiare, che indica l’alimento che ci sostiene, la sostanza che sta sotto…ne’ talloni, perocchè sulle piante de’ piedi l’uomo sussiste; ond’Achille…Lì, “ne’ talloni” occorrerà perciò pervenire, se non si vuole pensare l’essere senza alcun fondamento”… mi accorgo di respirare l’aria dello stage… questo andare all’indietro alla ricerca dell’origine che è sostanza, fenomenologia, verità. Tra tutti i praticanti di arti marziali coloro i quali praticano aikido, credo siano i più “sofferenti”, costretti ad una sorta di schizofrenia: da una parte l’orgoglio di praticare una disciplina che rappresenta la summa, anche concettuale, anche etica di tutte le discipline marziali, dall’altra il segreto timore e tremore per la reale efficacia della stessa essendo infinite le variabili possibili… variabili accuratamente evitate nel corso dell’allenamento e negli embukai… si annuncia l’attacco… ed anche la direzione… mi raccomando si inizia da sinistra perché il primo movimento cosmico per la mitologia giapponese ha avuto luogo in quella direzione.. ergo.. Illuminante lo stage: si ricomincia dalla sostanza, dalle origini, dal rispetto della natura “della scienza aikido” Stato psichico… calmo… stato fisico… rilassato… Innovativo il lavoro… l’attenzione è focalizzata sulla acquisizione di un assetto corporeo che pone come criteri imprescindibili il recupero del centro ed il corretto posizionamento degli assi di lavoro. Questa è la sostanza. Principi generali relativi all’applicazione del peso corporeo, con finalità differenti, o alla immobilizzazione delle gambe di ukè mediante il sollevamento delle braccia che fa tesoro del corretto uso del ken rappresentano il passo successivo…che non è applicazione di una   tecnica, ma naturale esito del movimento intrapreso dal compagno. Durante lo stage è stato continuamente raccomandato di non compiere, neppure mentalmente, alcun gesto propedeutico alla applicazione di una forma… o per dirla nella vecchia maniera di una “tecnica”… la decisione di compiere una tecnica significa decidere di non compiere il gesto più semplice, più efficace e allo scopo di riportare l’intera azione ai parametri che la tecnica stessa richiede. Il richiamo a Cacciari non è ozioso…è necessario fissare la sostanza che “dovrebbe sorreggere i talloni” e soprattutto non considerare costitutivi aspetti che, nella definizione della natura dell’aikido, costitutivi non sono. Tanto per darsi le arie di persone studiose si può citare l’Aristotele degli Analitici posteriori: Quando si indicano con la stessa parola due concetti apparentati, è segno che non se ne conosce la differenza o che non la si mantiene. E allora? Se da un punto di vista teoretico si è tutti d’accordo sul differenziare l’Aikido dall’Aikijujutsu, definendo la formazione di quello creativa e di questo tecnicistica, se la marzialità dell’aikido è pura conseguenza e nell’aikijujutsu è nella intenzione, perché si continua ad usare termini fuorvianti quali tecnica e si continua in una didattica che tutt’al più produce formidabili esecutori di annunciatissime tecniche? Dove la creatività? Dove la rilassatezza? Dove lo stato psichico calmo se il corpo è teso e l’intenzione protratta nel confezionamento della tecnica? Lo stage risponde a tutte queste domande, chiara la tensione euristica del m° Branno ricerca e definizione dell’origine, rispetto e coerenza nell’esercizio della disciplina-scienza aikido una volta che se ne è definita la natura. Ho trovato l’esperienza fortemente innovativa, nella didattica, nei presupposti e nelle finalità: nella corretta pratica dello ju waza rispecchiati fedelmente i principi e la natura della disciplina. In questo caso cambiamento non è alienazione, semplificazione ed oblio delle cose, ma ritorno all’autenticità delle stesse, coerenza ed efficacia.

A. D’Alessandro



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