Il problema delle armi

Un argomento molto dibattuto, anche a livello di shihan, in aikido, è sul ruolo che debbano avere le armi, nella pratica dello stesso.

Davanti alla parola ruolo, sono stato tentato di inserire l’avverbio eventuale, in quanto un maestro Aikikai, ottavo dan, che ho personalmente conosciuto ed ospitato, sostiene che Osensei, in nome della pace, avesse dichiarata bandita la pratica delle armi.

E’ una posizione estrema, non del tutto isolata e non priva di un’apparente giustificazione, sebbene contraddetta da numerosi dati documentali, in particolare da un numero assolutamente cospicuo di fotografie, che vedono Osensei raffigurato alle prese con armi, fino alla fine della sua vita.

Paradossi del destino, ma gli allievi diretti di Osensei, che dicono di praticare la Sua “Arte della pace”, esibiscono un patente disaccordo, anche sul ruolo delle armi in aikido.

Certo la pratica del jodori, tachidori e tantodori, dovrebbe presupporre la capacità di usare le armi, per potere apprendere a difendersene, e questo prima ancora di discettare sulle eventuali profonde implicazioni che le tecniche armate, potrebbero specificamente avere sullo stile di difendersi senz’armi, a partire proprio dalla pratica del mero tai jitsu.

La maggior parte dei docenti che più o meno conosco, fa riferimento alle armi, ma con intensità e fonti assolutamente diverse. Lo studio delle armi viene presentato, conferendogli un peso più o meno rilevante, nella pratica di ciò che principalmente si concepisce come aikido, appunto il tai jitsu.

Il maestro Tada, ad esempio, non neglige l’uso delle armi (non neglige nulla!), ma tende a collocarlo precipuamente nella sua metafora interpretativa e didattica dell’aikido, ovvero forgiare il ki (kinorenma). Non ho assolutamente la pretesa di essere pontificale, nel riferire quello che mi appare il punto di vista di Tada sensei, ma nelle sue esemplificazioni didattiche, osservo un’attitudine di risposta ad un preciso attacco e un’allusione alla necessità di una pratica regolare, intensa e trasformatrice delle nostre attitudini psicofisiche, quasi prescindendo dall’avversario. Le forme scelte dal maestro Tada, appaiono una sua elaborazione (con la classe di grande shihan che gli è peculiare), funzionale alla sua personale concezione dell’aikido. Anche altri si regolano così.

Molti tra i praticanti di ogni livello, che si rivolgono alle armi, quantomeno come strumento di precisione per il tai jitsu, spesso vanno ad imparare ex novo le arti nelle scuole di kenjutsu o di jodo, anche da alcune delle quali ove sembra documentalmente certo, che abbia attinto Osensei in persona.

In Europa ad esempio, il maestro Tissier esibisce un’affascinante padronanza delle tecniche di spada, con riferimento alla scuola Kashima Shin ryu, unita ad una formidabile capacità di trasmettere agli allievi, un elevato livello tecnico di quelle forme. Apprendo da quegli allievi che sul registro della scuola di Kashima, si trova la firma di Osensei e che Kishomaru Ueshiba stesso, vi traesse ispirazione.

Quindi, come per il maestro Tissier, questa fonte culturale dell’aikido, sembra avere avuto l’avallo dell’Honbu dojo.

Tamura sensei, uno degli uchideshi di Ueshiba, batte costantemente nel suo insegnamento, su un aikido vera scherma a mani nude, col ritmo e l’irimi della spada, soprattutto a partire dall’incrocio dei tegatana, facendo elaborare così la capacità di trovare il suki nella guardia dell’altro e con un torì che, come Osensei stesso sosteneva, prende in realtà l’iniziativa. Una pratica in cui le coordinate spazio-temporali, dell’esecuzione tecnica, si unificano nell’attenzione costante del mai ai

Un grande maestro, scomparso da qualche anno, Nishio sensei, che nel corso di una vita di pratica, aveva ottenuto qualcosa come 53 dan, in diverse arti marziali, tra cui un settimo dan di iaido, testimonia dell’intima implicazione tra armi e tai jitsu, arrivando ad elaborare tecniche di aikido a mano nuda dalle forme piuttosto insolite, ma perfettamente coerenti con l’uso delle armi, così come lo trasmetteva lui.

Dal mio punto di vista (che è quello di un cavaliere errante, curioso di tutti i cimenti), quelle tecniche sono estranee e bellissime, testimoniando che il cammino individuativo dell’arte, può portare ad originalissime elaborazioni, le quali a loro volta dicono della peculiare personalità dell’artista. Nel cammino di ognuno di noi è auspicabile persino, che ad un certo punto si tenda a creare il nostro unico irripetibile rapporto, con il mezzo espressivo adottato. In tema di arte però, di arte particolare, posta al vaglio dell’efficacia nel confronto e quindi non meramente estetica, diventa decisivo riconoscere un terreno comune da cui partire. Riconosciuto il quale (in maniera non solo mentalistica, pena brutte sorprese ed anche ai fini della consapevolezza sull’identità del gesto), il sigillo della compiuta maturazione, dovrebbe essere proprio l’originale contributo apportato all’arte. Livello per pochissimi, ma non inattingibile.

Ritengo che questo sia un problema di cui Morihei Ueshiba sia stato perfettamente cosciente, pur esprimendo un’apparente contraddizione, nel dare al figlio ed erede il compito di diffondere l’aikido nel mondo, dalla capitale del Giappone, e ritirandosi in campagna a proseguire la distillazione della sua vera e propria opus alchemica, in continua trasformazione.

Era sicuramente aikido quello che Kisshomaru Ueshiba ed altri shihan hanno diffuso nel mondo, preoccupandosi anche di rendersi intellegibili a culture e fisicità lontane da quella di provenienza, e nondimeno era aikido, quello che Osensei continuava ad elaborare, lontano dalla pazza folla.

Ad un allievo che condivise oltre vent’anni della sua vita sotto lo stesso tetto (poteva anche non esistere un allievo del genere) e che si mostrava capace di sistematizzare,

le forme che Morihei mostrava seguendo l’ispirazione del momento, nonchè il modo in cui insegnava, ottenendone la Sua approvazione, Osensei cambiò il nome, chiamandolo Morihiro. Il secondo nome, che nella migliore tradizione iniziatica e religiosa indica l’ispirazione spirituale, che l’adepto col mutarlo è invitato a seguire, significava grosso modo:

“Colui che preserva”.

A questo dotato e fedele allievo, lasciò quindi il compito di tramandare, come lui in persona avesse, giorno dopo giorno, inteso e praticato l’aikido, nei suoi ultimi vent’anni; una sorta di sigillo testamentario su cosa sia l’aikido. Il che ha portato poi, come in tutte le cose umane, a differenze di vedute e litigi.

Quest’evento, che come ho detto poc’anzi poteva anche non accadere, può contribuire decisamente a fornire, a mio parere, quel terreno comune con il quale confrontarsi filologicamente, volendo sapere se facciamo aikido o qualcos’altro e senza con questo togliere o conferire patenti di validità, del gesto e dell’attitudine spirituale.

Tornando così al quesito iniziale, come è vero che l’aikido è riferito ad Osensei, a cui ci inchiniamo cominciando e finendo la nostra pratica, allora l’uso delle armi è inestricabilmente connesso con la pratica dell’aikido.

E’ doveroso altresì chiedersi: “in che modo?”.

Proprio a partire dall’inestricabilità della pratica delle armi con l’aikido, il modo non dovrebbe essere diverso, da quello che Lui stesso ritenne funzionale al frutto del suo ingegno: aikiken ed aikijo, ovvero la spada e il bastone elaborati finalisticamente e con meravigliosa economia di concetti, al contesto della specifica identità del prodotto in questione: l’aikido.

Per scendere sul pratico, in tema di armi ed aikido, basti tener a mente, come esempio singolo, il concetto di hanmi, sul quale pochi si soffermano e ancor meno lo applicano.

Per chi non se ne cura, rammenterò che hanmi è il tronco di profilo, quel mezzo corpo o meglio il corpo atteggiato come un triangolo, dove i piedi sono i cateti e il tronco l’ipotenusa. Ridurre l’esposizione del corpo alle punte e ai tagli delle armi vere, era di vitale importanza agli occhi di Ueshiba e del complessivo punto di vista della sua perfetta arte di difesa; non necessariamente invece per un artista marziale imperniato sull’ ai uchi, ovvero distruggere anche a costo della propria vita. Se il nostro cosidetto aikido si riduce a qualche giro di valzer sui tatami, in una pratica di insegnamento codificata e regolata, ove il concetto di rischio e l’attenzione connessa rimangono alquanto remoti, allora possiamo tranquillamente trascurare, o equazionare la posizione dei piedi di una qualsiasi scuola di iaido, alla nostra.

Ma non è la stessa cosa. E ancor di più sul piano spirituale.

Il livello insuperato del fondatore testimonia proprio di una peculiare identità del suo lascito, certamente debitore di arti pregresse, ma elaboratore di qualcosa di nuovo, anche perchè non meramente tecnico e non solamente marziale.

Intendiamoci, proprio confermando quanto sopra espresso, a nessuno è vietato (forse potrebbe essere persino consigliato) di ripercorrere a livello personale, quel tratto di cammino lungo il quale il Fondatore si confrontò con le arti specifiche delle armi. Credo solo che sia difficile riuscirci nell’arco di una vita, ponendosi poi come obbiettivo consapevole di fare aikido e non qualcos’altro.

Però a nessuno è vietato altresì di andare oltre Ueshiba. Aspettiamo solo…..che qualcuno ci riesca.

Ribadendo quanto detto prima, le individuali interpretazioni ed esperienze possono essere tutte un momento dell’aikido, a patto di riconoscere filologicamente l’humus di partenza e, nella libertà del cammino e della scoperta delle individuali congenialità, possibilmente confrontandosi, non fare andare perduto (o sapere dove sia possibile trovare), quanto con sforzo di fedeltà adeguatamente prolungato, ci è stato tramandato come esperienza, stile ed attitudine del Fondatore. E nel dubbio, andare lì ad ispirarsi.

Non è necessario adottare l’aikido come ce l’ha preservato Saito Morihiro, ne è implicito che chi da risalto ad aspetti diversi, non stia lavorando nel solco dell’aikido. E’ importante sapere che quell’esperienza è stata preservata in un minuzioso sistema didattico e che è possibile confrontarcisi. A partire da questa esercitata consapevolezza, ad ognuno di procedere come estro ed attitudini lasciano sedimentare, ma soprattutto, di attuare (finalmente!), sgombrato il campo dagli equivoci, quel rispetto e quell’armonia che il Fondatore si proponeva come scopo dell’aikido, dove la diversità, nel duro vaglio marziale, sia risorsa ed attrattiva di studio, sia stimolo di crescita spirituale, piuttosto che occasione di contrapposizione e litigio.

Un compito arduo, non v’è dubbio, ma anch’io come quel negretto inerme e assassinato ho un sogno:
mi piacerebbe, tanto per fare un esempio, che i praticanti del Takemusu aikido studiassero il Kinorenma e viceversa.

Sul sito di Christian Tissier, ho trovato tradotta in francese una conferenza del maestro Tada, con degli argomenti a me familiari. Che, siamo sulla buona strada? Facciamoci un fischio tutti quelli che la pensiamo così e da bushi, o cavalieri che dir si voglia, proponiamoci quel compito arduo, alternando pellegrinaggi alla cura di ciò che è di casa, di tracciare la strada dell’oltrepassamento dei fondamentalismi, quella dello spirito vissuto, da additare proprio a coloro i quali ritengono di non poter fare a meno delle guerre di religione. Dio solo sa se c’è n’è bisogno, anche per quelli che non praticano arti marziali, ma pilotano autobombe.

Forse Osensei sorriderebbe……..

Avv. Angelo Armano



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