L’azione spontanea

“Spontaneo” è una parola che può essere facilmente fraintesa. E’ bene, quindi, che io cerchi di precisare il significato che intendo attribuire all’espressione “azione spontanea”. Enzo Moietta suggerisce che, col termine “spontaneo”, “si intende definire un comportamento, o una relazione, i cui modi d’ essere non siano necessari o non risultino coscientemente finalizzati verso obiettivi programmati”; non possiamo, cioè, definire “spontanei” da un lato comportamenti come il respirare, in quanto necessari, e, dall’altro, comportamenti come l’irrorare un campo con pesticidi, in quanto coscientemente finalizzati verso obiettivi programmati. A proposito dell’ azione spontanea, Mary Catherine Bateson afferma, in maniera illuminante, che, quando si è giunti al punto in cui l’azione diventa spontanea, “agire non consiste più nel decidere di fare qualcosa al fine di ottenere un certo scopo: l’azione diventa l’ espressione non più di ciò che si vuole, ma di ciò che si è”. L’azione spontanea, espressione di ciò che è chi la fa, non è dunque volontaria. Ma già dire che qualcuno fa questo genere di azione è fuorviante. Il senso comune, specie per noi occidentali, si oppone al concetto di azione senza agente. A me sembra, tuttavia, che abbia ragione Watts quando afferma che “la spontaneità non è per nulla un’azione dell’io: al contrario, è un’azione che il meccanismo di controllo sociale dell’io non blocca” (1961, trad it. 1978, p. 118). L’azione spontanea dunque non solo non è volontaria, ma anche non ostacolata nel suo svolgersi. Ciò che è difficile concepire per noi occidentali è patrimonio profondamente radicato in varie filosofie, discipline e arti orientali. Nella letteratura taoista, ad esempio, si può incontrare, a proposito di azione spontanea, l’idea di wu-wei. “II Tao non fa nulla e tuttavia non vi è nulla che non sia fatto ” si può leggere nel Tao te chinI. Alan Watts ci orienta rispetto al senso di queste parole attribuite a Lao-tzu, invitandoci a non considerarle nel loro significato letterale. “Il principio della “non-azione” (in cinese wu-wei) -egli afferma- non si deve considerare come inerzia, pigrizia, lassaiz-faire, o mera passività” 1975, trad. it. 1977, pp. 71-72). L’espressione wu-wei, nel contesto delle scritture taoiste dal quale è tratta la citazione di Lao-tzu, non significa, infatti, “non azione”, ma azione senza artificio, azione non forzante. Wu-wei, tuttavia, non è semplice assenza di sforzo; è la combinazione della (saggezza sistemica relativa alla) capacità di sentirsi tutt’uno con l’altro, col mondo fuori di se e della capacità di seguire nell’azione la via della minima resistenza, così come fa l’ acqua che scorre.  Il miglior modo per esemplificare un tal genere di azione è individuato dallo stesso Watts laddove fa riferimento alle arti giapponesi dello judo e dell’aikido. “Ho visto un attaccante gettato al tappeto senza neppure essere stato toccato” (1975, trad. it. 1977, p. 72 ), egli afferma in relazione all’aikido. I maestri di aikido insistono molto, durante gli allenamenti, sull’idea che il praticante che si esercita in mae ukemi (caduta in avanti) o in ushiro ukemi (caduta all’indietro) si lasci andare senza farlo deliberatamente. In questo modo egli impara che la sua caduta deve essere involontaria, come pure, d’altra parte, sarà involontaria la caduta dell’altro, di uke, l’avversario che attacca. Nell’aikido, infatti, non si agisce sull’altro (e dunque non si può aggredire) ne gli si oppone resistenza. L’azione è rivolta a se stessi. Si lavora su di se con l’allenamento, la disciplina, la meditazione, e l’azione giusta avviene nella relazione con l’altro. L’azione giusta, caduta o “tecnica” che sia, avviene senza che si debba pensare a metterla in atto, in maniera fluida e senza esitazioni. Nell’aikido, inoltre, è importante prestare attenzione al respiro e con esso sintonizzare l’azione. Perché non sia forzata quest’ultima deve seguire la direzione del respiro e accompagnare dunque la fase di espirazione. L’azione, inoltre, come  il respiro, deve essere continua,  non spezzettata, senza esitazioni. L’azione tipica di quest’arte marziale sembra dunque proprio un ottimo esempio di azione spontanea non volontaria e non impedita. Nella filosofia Zen un importante insegnamento è quello relativo all’andare direttamente avanti, quel pensare-agire che conduce, nei casi più fortunati, al superamento dell’io. Il “sintomo principale” dell’esistenza dell’io, infatti, è proprio il non andare direttamente avanti, quel blocco del pensiero o dell’azione che nello Zen è chiamato dubbio o esitazione (cfr Watts, 1961, trad. it. 1978, p. 107). Nel corso delle pratiche di meditazione Zen si affronta un koan che richiede di emettere il Mu, una sillaba semplice tuttavia non facile da pronunciare nel modo giusto. Quando è emesso nel modo giusto, il Mu diventa un grido che avviene attraverso chi lo emette. Perchè questo si verifichi bisogna che esso non sia forzato, che non ci sia “troppa mente” e che non ci siano  esitazioni, interruzioni del respiro nel corso della sua esecuzione. Non è cosa facile. Quando, tuttavia, chi emette il Mu raggiunge il giusto coinvolgimento, lascia che esso risuoni attraverso di se gettandovisi a capofitto, senza esitazioni, allora “non c’è separazione fra il suonatore, lo strumento e la musica” e il koan viene superato. Il wu-wei taoista, il combattimento del bravo aikidoka, il Mu del praticante Zen sono tutti esempi di azione spontanea non spezzettata dall ‘ esitazione, volontaria o involontaria che sia. Sono esempi, dunque, di azione spontanea nel senso, che vi propongo, di azione che accade da se e senza esitazioni.

L’esitazione e la non esitazione
Non è facile giungere a un tal genere di azione non esitante. Dicevo prima che nello Zen l’esitazione è considerata il “sintomo principale” dell’esistenza dell’io. E’ del tutto congruo, dunque, per il praticante Zen, cercare di imparare ad “andare direttamente avanti”, e cioè a non esitare, in considerazione del fatto che egli aspira proprio al superamento dell’io. Questo traguardo coincide probabilmente con la realizzazione di quello che Gregory Bateson ha definito “Apprendimento 3″. Per Bateson Apprendimento 2 sono le abitudini -acquisite sin dalla prima infanzia, e prevalentemente inconsce- ad agire in un contesto: a percepire e segmentare l’esperienza nei contesti in cui si agisce, a dare forma ad essi. Di questo tipo di apprendimento l’io è “prodotto o aggregato” (v. 1972, trad. it. 1976, p. 333). “Nella misura in cui un uomo consegue l’ Apprendimento 3 e impara a percepire e ad agire in termini dei contesti dei contesti -egli afferma-il suo <io> assumerà [invece] una sorta di irrilevanza. Il concetto dell ‘ <Ìo> non fungerà più da argomento cruciale nella segmentazione dell’esperienza ” (1972, trad. it. 1976, p. 333) e dunque, mi sento di aggiungere, nell’attribuzione ad essa di senso. Un uomo che consegua l’ Apprendimento 3 realizza pertanto quello che nello Zen è definito “superamento dell’io”. L ‘io che può essere superato, tuttavia, è un io molto forte e adulto. Per chi non abbia un io forte e adulto o non abbia addirittura attinto ad alte vette di saggezza può essere difficile lasciarsi attraversare dall’ azione non esitante, abbandonare il controllo delle proprie azioni e rinunciare a riconoscere la propria identità nel tempo, sia pure transitoriamente e a vantaggio di un’identità sovraindividuale più ampia. Per chi sia addirittura in una condizione di sofferenza psicologica l’impresa è certamente ancora più ardua. Infatti quando l’io è particolarmente debole, incerto o problematico, ha un bisogno ancora maggiore di fermarsi per riconoscersi, per essere consapevole di esistere o di avere una forma definita, per mantenersi sufficientemente integrato difendendosi dal contrasto talvolta lacerante fra le sue parti o dalla paura della frammentazione.

Giovanni Madonna



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